VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

mercoledì 30 marzo 2016

LA DATA “UFFICIOSA” - Comunali il 5 giugno: sarà il giorno finale di un lungo ponte

L’informazione è ancora ufficiosa, e per renderla ufficiale bisognerà aspettare notizie dal ministero dell’Interno, che dovrebbero arrivare entro questa settimana. Salvo colpi di scena, comunque, si voterà domenica 5 giugno: 1300 Comuni alle urne, tra cui le principali città italiane come Milano, Roma, Torino e Bologna. La scelta rischia di aumentare il rischio astensionismo: quella domenica infatti arriva alla fine di un lungo ponte estivo che parte giovedì 2 giugno (Festa della Repubblica) e finisce proprio il giorno 5. Proprio per questo il governo sta valutando di tenere aperti i seggi non solo per la giornata di domenica, ma anche per la mattinata di lunedì, fino alle ore 14 o alle ore 15, come già è accaduto in passato. Se la data del 5 venisse confermata, i ballottaggi - che sembrano certi nella maggioranza delle grandi città - si terrebbero domenica 19 giugno. L’ipotesi di votare al primo turno il 12 giugno, che all’inizio era sembrata come quella più accreditata, è stata bocciata per la coincidenza con una festività ebraica. 
Il Fatto Quotidiano - 30 marzo 2016 - pag. 10

ITALIA-INDIA - Tribunale dell’Aia, udienza per il rientro del marò Girone

L’italia si prepara a un nuovo round nella lunga e complessa vicenda dei marò, che ormai da quattro anni oppone Roma e Delhi. In attesa che il Tribunale arbitrale internazionale decida su chi debba esercitare la giurisdizione sul caso – e ci vorranno almeno altri due anni – “ci sono i presupposti sia giuridici che umanitari” affinché lo stesso Tribunale possa “considerare positivamente” la richiesta del governo italiano di far rientrare Salvatore Girone in Italia per tutto il periodo dell’arbitrato. Richiesta che verrà ribadita nell’udienza di oggi e domani al Palazzo della Pace dell’Aja. A far intravedere uno spiraglio positivo per il Fuciliere di Marina tuttora trattenuto a New Delhi in libertà vigilata è stato, parlando con l’Ansa, l’ambasciatore Francesco Azzarello, agente del governo italiano nell’arbitrato. E una svolta positiva potrebbe arrivare oggi anche da Bruxelles, dove è in programma l’atteso vertice tra l’Ue e l'India, più volte rinviato anche a causa della vicenda che dal 2012 vede i due marò, Girone e Massimiliano Latorre, accusati di aver ucciso due pescatori indiani scambiati per pirati nel mare del Kerala.
Il Fatto Quotidiano - 30 marzo 2016 - pag. 5

martedì 29 marzo 2016

Corrado, il candidato M5s contro i rivali: “Partiti falliti. E noi abbiamo perso 3 mesi”

Gianluca Corrado, candidato Sindaco del M5S a Milano
Lo ammette: “Abbiamo perso tre mesi”. Ma Gianluca Corrado, ora candidato sindaco del Movimento 5 Stelle a Milano, si dice sicuro di poter recuperare. “Anche perché gli altri candidati in questi tre mesi non hanno fatto molto”. Il tempo “perso” è quello in cui si è consumata la candidatura di Patrizia Bedori, eletta già l’8 novembre 2015 e poi sommersa da critiche irripetibili sul suo aspetto fisico, a cui ha reagito facendo il suo “passo di lato”. Ora dice: “In una squadra, ognuno ha il suo compito: io preferisco una vita da mediano, l’attaccante è Corrado”.
E Corrado prende subito sul serio il suo ruolo. “Per ora siamo dati al 10 per cento, con Stefano Parisi e Giuseppe Sala certi di andare al ballottaggio. Ma noi puntiamo a scardinare questa previsione e arrivare al ballottaggio. I tre manager in gara, Parisi, Sala e Corrado Passera, rappresentano il fallimento del sistema partitico, ormai incapace di proporre candidature politiche. Noi siamo invece cittadini comuni che desiderano farsi Stato”. Nel 2011, il Movimento raccolse a Milano soltanto il 3,4 per cento. Ma allora c’era l’entusiasmo della “rivoluzione arancione” di Giuliano Pisapia; oggi quel capitolo è chiuso e una consistente fetta dell’elettorato è ancora incerta e tutt’altro che affascinata dai tre manager. Gianluca Corrado, 39 anni, avvocato nato a Messina e cresciuto a Lipari, vive a Milano dal 2002. In fondo, ha “studiato da sindaco”, Verso il voto perché è da cinque anni che lavora a fianco di Mattia Calise, il consigliere comunale Cinque Stelle di Milano. Ha seguito, da avvocato, tutti i dossier della politica comunale e con Calise ha predisposto venti denunce sull’operato dell’amministrazione: dalle opere per il metrò M4 agli appalti irregolari, dall’inquinamento atmosferico alla gestione dei fondi regionali. Ora, dopo la conferma della votazione online (634 sì su 876 iscritti), ha iniziato la sua campagna con il tema della sicurezza. “Sì, ho detto che ho una grande ammirazione per Rudolph Giuliani, il magistrato italoamericano diventato sindaco di New York. Hanno fatto subito dell’ironia sul suo slogan, ‘tolleranza zero’. Ma le pare accettabile che a Milano ti rubino una bicicletta a settimana? I cittadini non ne possono più. Bisogna porre un argine alla microcriminalità. Di Giuliani mi piace la teoria della finestra: se vivi in un posto con le finestre rotte, ti sembra normale prendere un sasso e rompere anche tu un vetro. Ma se le finestre sono tutte integre, se la città è ben tenuta, ci pensi due volte a prendere in mano il sasso. Più che ‘tolleranza zero’, io dico: rispetto della legalità”.
Poi la città metropolitana: “Gli altri candidati la considerano un modo per accentrare a Milano le decisioni per tutti i Comuni della ex Provincia. Invece deve succedere l’inverso: Milano policentrica, ognuna delle nove zone in cui è divisa deve contare quanto Sesto San Giovanni, le nove municipalità e i Comuni devono essere paritari”. Poi Corrado dà una stoccata alla gestione Pisapia: “Dobbiamo dirlo chiaro: la macchina comunale non funziona. Certo, Milano non è Roma. Ma non è neanche il paradiso d’efficienza e legalità che raccontano. È mai possibile che il Comune abbia 204 milioni di crediti non riscossi? Una parte deriva dalle case popolari, e lì dovremo distinguere tra chi non paga perché non può e i furbi che tolgono una casa a chi ne ha davvero bisogno. Ma il 30% dei crediti deriva da immobili commerciali! Non è tollerabile che non vengano riscossi milioni di euro che potrebbero servire per ristrutturare quelle case popolari che a Milano sono vuote perché inagibili”. Anche l’inquinamento in città non è più accettabile: “Il superamento del Pm10 non è un’emergenza, ma è strutturale. Bisogna sostituire le caldaie condominiali vecchie, disincentivare l’uso delle auto e rendere elettrici i mezzi pubblici”. La campagna elettorale è appena partita, ma Corrado ai suoi avversari promette di far vedere le stelle.
Gianni Barbacetto – Il Fatto Quotidiano – 29 marzo 2016 – pag. 15

Il sogno di Matteo non riesce a volare: lavori in stallo, ma l’Air Force intanto si paga

Disaccordo sulla registrazione dell’airbus: gli arabi non lo vogliono militare 
Riuscirà l’Air Force Renzi a volare prima che il governo se ne vada, nel 2018 a scadenza naturale del mandato o prima per un’eventuale crisi? Si accettano scommesse. Di sicuro l’aereo presidenziale che doveva essere l’emblema volante della nuova e dinamica era renziana, sembra perseguitato dalla nuvoletta della sfiga di fantozziana memoria.
Il gigantesco A340/500 della flotta Etihad, la compagnia araba che controlla Alitalia, dopo essere atterrato all’inizio di febbraio a Fiumicino proveniente da Abu Dhabi, in due mesi non si è mai mosso dall’hangar. E ogni giorno che passa, si allontana la data del primo volo. Intanto, però, corrono i quattrini per il leasing: circa 40 mila euro al giorno, come ha svelato Il Fatto. L’A340 di Renzi accumula problemi: la registrazione del velivolo, per esempio, passaggio fondamentale per poi procedere agli altri adempimenti, che sembrava una pura formalità sta diventando un ostacolo serio che a catena rallenta tutto il resto. Compresa la configurazione degli interni, una cosuccia che, semmai verrà fatta, secondo gli esperti costerà milioni di euro. A causa dei tempi inopinatamente lunghi che circondano la faccenda, è scaduto infatti il certificato all’esportazione e quindi anche la registrazione si è impantanata: le autorità italiane e gli arabi non si trovano d’accordo su come registrare l’Airbus. Etihad e i lessors dell’aereo - cioè i soggetti che hanno dato in locazione l’aereo stesso (banche, finanziarie etc..) - non vogliono che l’Air Force renziano sia catalogato come aereo militare. Perché una registrazione di quel tipo farebbe ipso facto perdere valore all’A340 e i proprietari non intendono rimetterci nell’ipotesi che il velivolo, rifilato all’Italia dopo che era stato scartato da Etihad perché considerato una macchina mangia-carburante, possa prima o poi essere riportato all’uso commerciale. A Fiumicino, intanto, i tecnici che lavorano intorno all’Airbus presidenziale, convinti che una soluzione sarebbe stata trovata trattandosi dell’aereo del premier, si erano portati avanti nel lavoro con l’intenzione di dare una fisionomia un po’ più italiana al velivolo. Avevano cancellato la marca sulla fiancata, che era A6-EHA, quella degli Emirati Arabi Uniti (Eau), con cui l’aereo era arrivato a Fiumicino. La nuova sigla apposta sull’aereo di Renzi era I-TALY. Si trattava di una scelta eccentrica perché tutti gli altri aerei della flotta di Stato sono targati MM, che è la marca con cui in Italia si identificato gli aerei militari. Ma l’abbandono della regola era imposto dal fatto che Renzi vuole che il suo A340 sia una cosa sui generis, circostanza che sta tra l’altro irritando parecchio i vertici dell’Aeronautica militare. I tecnici di Fiumicino, però, hanno dovuto buttare a mare il lavoro svolto e sotto l’occhio vigile di ispettori inviati apposta da Abu Dhabi sono stati costretti a rimarcare l’aereo con la vecchia targa A6-EHA. Nel frattempo gli stessi tecnici avevano provveduto a cambiare anche le scritte all’interno dell’aereo, sostituendo quelle in arabo e inglese con quelle in italiano e inglese. Ma anche questo lavoro è stato inutile, e pure in questo caso è stato necessario fare dietrofront riposizionando in bella vista le scritte arabe. Tutto ciò si ripercuote inevitabilmente sui tempi per un’eventuale riconfigurazione Vip dell’aereo, per i quali è praticamente impossibile azzardare previsioni.
Al momento, l’A340 renziano presenta la configurazione classica Etihad: first, business ed economy. Ma è chiaro che questo allestimento dovrà essere cambiato sulla falsariga degli interni degli altri jet della flotta di Stato, attrezzati con sale riunioni, docce, aree riservate alle scorte. Per un intervento del genere ci vorrebbe un progetto ad hoc che per ora nessuno ha provveduto a preparare. E ci vorrebbero soldi e anche un bel po’ di tempo: almeno un anno e mezzo di lavori.
Daniele Martini – Il Fatto Quotidiano – 29 marzo 2016 – pag.3

domenica 27 marzo 2016

Rai, cinque ore in un mese Il bavaglio tv alle trivelle


Le rilevazioni dell’Authority sullo stato dell’informazione sul referendum: praticamente il vuoto totale
È “l’oscurantismo” dei media, come detto da Piero Lacorazza, presidente Pd del Consiglio regionale della Basilicata, capofila delle Regioni che hanno chiesto il referendum sulle trivelle del prossimo 17 aprile. Il commento era riservato al silenzio dei talk show e dei programmi generici sulla consultazione, prima che fossero pubblicati i dati ufficiali dell’Agcom che mostrano in modo inequivocabile come, dal servizio pubblico alle reti privati, di referendum si parli ben poco. Telegiornali compresi.
L’analisi parte dalla Rai, con monitoraggi sulle trasmissioni di Rai1, Rai2, Rai3 e RaiNews. Il periodo di riferimento va dal 16 febbraio al 20 marzo: 34 giorni durante i quali nei tg Rai si è parlato del referendum per sole 3 ore e 51 minuti in totale. È come se, in media, su ogni canale fosse andato in onda un solo servizio di un minuto e mezzo, una volta al giorno, a orario variabile. E basta. Rai1, ad esempio, dal 16 al 4 marzo non ha speso neanche un secondo per informare sul voto. “In Rai, all’inizio, non si parlava per niente di referendum - spiega Mirella Liuzzi, in commissione Vigilanza per il M5s - Prima ci sono stati i comunicati e le delibere dirette al direttore editoriale Verdelli.
Poi, quando informalmente ci sono arrivati dati sulle tribune elettorali, ci siamo accorti che erano solo 9, disposte in orari assurdi come le 9.30 mattina o la sera tardi”. A lamentarsi, non è stato solo il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai Roberto Fico, ma anche le associazioni. Su loro pressione, almeno le tribune sono aumentate, sono diventate 13 e disposte sull’arco della giornata. Problematica anche l’informazione ‘extra tg’: nei programmi non strettamente giornalistici, l’informazione sul referendum ha raggiunto il traguardo di un’ora e 35 minuti. Il totale fa 5 ore e 26 minuti. Monitorati anche Mediaset, La7, Sky e Nove Dj. I tg dell’azienda del Biscione hanno riservato alle trivelle 2 ore e 14 minuti in totale e neanche un secondo nel periodo tra il 16 febbraio e il 6 marzo. Fuori dall’informazione giornalistica, praticamente il nulla: solo 15 minuti. Tra La7 e La7D, i minuti nei telegiornali sono stati 15, fuori non più di un paio. Un po’meglio Sky che arriva a 1 ora e 18 minuti nei telegiornali (Tv8, Cielo, Skytg24 sul digitale e sul satellite) mentre, a parte 42 minuti sul canale all news non c’è traccia di approfondimenti extra-giornalistici. Ancora assenti dalla rete pubblica, poi, gli spot autogestiti. Sarebbero dovuti partire il 19 marzo, ma così non è stato. Ora, la data della messa in onda ufficiale in Rai è stata prevista per il 29 marzo, 18 giorni prima del voto. “Nei giorni scorsi abbiamo voluto evitare polemiche per rispettare le tragedie delle ragazze in Spagna e dell’attentato di Bruxelles - spiega Lacorazza - però ormai siamo di fronte alla necessità di verificare e tenere alta l’attenzione per capire se tutti i Tg del servizio pubblico parlano del referendum e in che modo. È propaganda quando diciamo che c’è paura del quorum? I dati Agcom dimostrano obblighi di legge rispettati con molta flessibilità da parte del sistema informativo”. Quello del 17 aprile, poi, è un referendum che sta generando un grande movimento di opinione, soprattutto sui social network. “Non si spiega perché il servizio pubblico ne parli così poco: a ben vedere è controproducente per qualsiasi azienda”. 
Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano – 27 marzo 2016 – pag. 9

sabato 26 marzo 2016

Frutto della discordia - Per l’Istituto superiore di Sanità non è nocivo, ma un uso eccessivo fa male. Ed è contenuto in moltissimi prodotti

Disboscamento e grassi saturi: tutta la verità sull’olio di palma
La guerra dell'#oliodipalma s'infiamma. Alle campagne di boicottaggio lanciate da mesi su Facebook da utenti convinti di combattere un prodotto tossico e cancerogeno hanno risposto le aziende che lo utilizzano come ingrediente per biscotti, creme, gelati, pane in cassetta, crakers, shampoo, saponi e tanto altro. Multinazionali di peso, come Ferrero, Unilever, Nestlé, Unigrà e Assitol (che trasformano e producono oli e grassi), Aidepi e Aiipa, tutti uniti sotto l'insegna dell'Unione italiana dell'olio di palma sostenibile hanno lanciato su giornali e tv una campagna promozionale milionaria, per spiegare cos'è l'olio di palma e perché quello "sostenibile" sia migliore. Le polemiche montano. Gli spot pro olio di palma hanno provocato reazioni anche in Parlamento e il M5S ha presentato un'interrogazione parlamentare in Commissione Vigilanza Rai e una segnalazione all'Agcom: “Quello andato in onda è uno spot evidentemente ingannevole perché fornisce informazioni scorrette ai cittadini”. Ma qual è la verità? L'olio di palma fa male o no alla salute? E perché distruggerebbe l'ambiente? La rassicurazione sull'assenza di rischi arriva dall'Istituto superiore di sanità. Secondo i suoi esperti, l'olio di palma non è né tossico né velenoso, ma poiché contiene acidi grassi saturi, come latte, uova e carne, e ne contiene tanti - l'equivalente del 50% del suo peso come il burro - è un ingrediente che va consumato con moderazione. Un uso eccessivo di grassi saturi, infatti, fa aumentare la quantità di colesterolo nel sangue ed è associato a un rischio maggiore di malattie cardiovascolari. In effetti, le linee guida del NutCrea (Centro di ricerca per gli alimenti e la nutrizione) suggeriscono di consumare una quantità di grassi saturi che non superi il 7-10% dell'apporto calorico giornaliero: da 15 a 20 grammi al giorno per un adulto che consuma circa 2.000 calorie. Secondo le ultime stime dell'Iss, però, noi italiani di grassi saturi ne mangiamo troppi: la popolazione adulta ne assume in media 27 grammi al giorno, mentre i bambini tra i 3 e i 10 anni tra i 24 e i 27. Ma che c'entra l'olio di palma, se noi mangiamo male? Il problema è che sta un po' dappertutto e per il consumatore risulta difficile rendersene conto. L'industria alimentare ne utilizza grandi quantità per il costo contenuto e le caratteristiche: ha giusta densità; è molto stabile; una volta purificato, cioè trattato chimicamente, è inodore, incolore e insapore. Di sicuro non è un alimento dal corretto apporto nutrizionale, ma nessuno mangiando la Nutella pensa di consumare vitamine e antiossidanti. L'olio di palma è contenuto per lo più in alimenti industriali e golosi che tutti dovremmo mangiare meno, a maggior ragione obesi, diabetici e bambini. Ma non per questo può essere bandito dal mercato.
Altra storia, invece, è quella che lega la coltivazione massiccia di palme da olio al rischio ambientale. I grassi ricavati da queste piante rappresentano il 32% della produzione mondiale. Sono utilizzati anche come biogas. I maggiori produttori risiedono in Indonesia e Malesia, e l'assenza di controlli permette a chi è senza scrupoli di mandare in fumo migliaia di ettari di foresta per aumentare l'estensione dei terreni coltivabili. “Noi non vogliamo boicottare l'olio di palma –spiega Martina Borghi di Greenpeace Italia – ma vogliamo spingere le aziende a produrre in modo responsabile e sostenibile”. E aggiunge: “Le certificazione di sostenibilità non sono tutte uguali. La più vecchia Rspo, per esempio, per noi non ha alcun valore, perché non ha aggiornato le regole di controllo e non prevede l'intervento di enti terzi”. Greenpeace negli ultimi mesi ha messo alla prova le multinazionali che in passato hanno annunciato di voler adottare politiche contro la deforestazione. A oggi, però, solo un'azienda ha compiuto effettivi progressi verso la trasparenza e a sostegno dei fornitori più corretti: l'italiana Ferrero. Colgate-Palmolive, Johnson & Johnson e PepsiCo restano tra i peggiori, nonostante tanti buoni propositi.
Barbara Cataldi – Il Fatto Quotidiano – 26 marzo 2016, pag. 17

“I palazzinari bussino pure Tanto, se vinco, cambio tutto”

Virginia Raggi - La candidata dei Cinque Stelle a Roma: “Sostituirò i manager di tutte le municipalizzate, hanno fatto un disastro”
“Ma quante domande di gossip mi fa?”. Pomeriggio romano, palazzo di epoca umbertina, a pochi metri da piazza San Giovanni. Al tavolo di uno studio legale, tra faldoni e stampe della Roma che fu, la candidata sindaco dei Cinque Stelle Virginia Raggi sbuffa e sorride. Ce l’ha con il cronista del Fatto che le chiede del suo aspetto fisico, di Cesare Previti, dei fotografi. Ma i temi centrali dei 40 minuti di colloquio sono altri.
Il Messaggero, il quotidiano del costruttore Caltagirone, e il Pd la accusano di aver fatto crollare il titolo in Borsa della municipalizzata Acea, annunciando che da sindaco cambierà il management. Pentita dell’annuncio?
Niente affatto. Questi attacchi dimostrano solo che hanno paura di una mia vittoria, e che altri partiti stanno con Caltagirone. Ma questo è solo l’inizio: di attacchi del genere me ne aspetto una valanga.
È giusto annunciare il cambio?
Sì, è un mio pieno diritto. Vorrei che anche gli altri candidati rispondessero sul tema.
Vuole nuovi vertici anche per le altre partecipate?
Assolutamente sì, cambieremo management in tutte le società partecipate, visto il disastro generale.
Lei si lamenta di Caltagirone, ma questa è anche la città dei costruttori. Se Caltagirone le chiedesse un incontro glielo concederebbe?
Certo, lo starei ad ascoltare. Dopodiché la nostra risposta ai “palazzinari”, come li chiamano tutti, sarà una proposta di edilizia alternativa. Ma non le do i dettagli, sarà una bella novità.
Quanti sono i dipendenti del Comune di Roma?
Circa 23 mila quelli diretti, 26 mila quelli delle partecipate.
Troppi o pochi?
Sicuramente non sono pochi. Di certo sono male organizzati. Innanzitutto bisogna capire dove c'è eccedenza di personale, riequilibrare tra i vari dipartimenti. Poi è necessario formarli.
Beppe Grillo mesi fa promise: “A Roma azzereremo le amministrazioni, ci saranno pesanti contraccolpi”.
Grillo mise il dito nella piaga, evidenziando un’amministrazione asservita al potere politico. Faremo sì che tutti si adeguino alla legge, e con il loro aiuto. L’amministrazione si salva solo con il contributo dei suoi dipendenti: sono i primi a voler lavorare bene.
E i sindacati? Ricorda Di Battista? “Se vinciamo ci faranno subito uno sciopero contro”.
I sindacati sono stati silenti, per anni, mentre i partiti spolpavano Roma. Quando andremo direttamente a parlare con i dipendenti, capiranno il cambio di passo.
Vuole evitare il confronto con i sindacati?
No, voglio solo che non tutelino più interessi di pochi. Sarò contenta di incontrarli, si può collaborare.
Appalti: Raffaele Cantone evidenzia il ricorso sistematico ad affidamenti senza gara.
Bisogna uscire dall’emergenza e applicare la legge. Appena eletti faremo subito una verifica di tutti gli appalti in corso, per capire le scadenze. Poi organizzeremo i bandi, secondo la legge.
I sondaggi la danno in testa, i giornali stranieri la riempiono di elogi. Euforica?
È una nuova dimensione, siamo contenti dell’interesse nei nostri confronti.
Nei suoi confronti.
No, verso di me e il M5s. Io sono solo un terminale.
Il Guardian l'ha definita “raffinata figura politica”, per l'Economist lei potrebbe essere “una candidata democratica o repubblicana ”. La vedono come “la svolta moderata” del M5s.
A colpirmi è la diversità di domande tra i giornalisti della stampa estera e quelli italiani. I cronisti italiani sono molto interessati al gossip, mi chiedono dei sondaggi, dei miei avversari. Quelli stranieri invece sono interessati alla nostra visione di Roma, ai temi.
Le danno fastidio i complimenti per il suo aspetto?
Ecco, vede... Mi lasciano indifferente. Il buon giornalismo dovrebbe parlare delle soluzioni. E poi si parla dell’aspetto fisico delle donne, mai di quello degli uomini.
L’ex candidata del M5s a Milano, Patrizia Bedori, si è ritirata con una nota: “Mi avete chiamata casalinga, brutta e obesa”. C'è sessismo nei 5Stelle?
Se certi episodi sono avvenuti sono solo da condannare. Ma tutta la società italiana è un po’ sessista.
Ha fatto il praticantato nello studio di Cesare Previti. Ma sul curriculum non lo ha scritto.
Perché non si usa metterlo.
Cosa faceva?
Andavo in tribunale, facevo notifiche, depositavo atti. Quello che fanno tutti i praticanti.
E Previti? Che tipo era?
Ci dicevamo buongiorno e buonasera. Non prendevo istruzioni da lui. Trovo assurdo che me lo chieda.
Il M5s ha annunciato una squadra, per la campagna elettorale e anche per l’amministrazione di Roma. Lei verrà commissariata?
Assolutamente no, semplicemente su certi temi di respiro nazionale ci consulteremo, come accade già ora, con parlamentari e eletti.
Secondo il codice di comportamento “le proposte di nomina dei collaboratori dovranno essere approvate dallo staff coordinato dai garanti del M5s”, cioè Grillo e Casaleggio. Le scelte importanti le dovrà prendere con loro.
Se sarà necessario ci sentiremo. Ma il sindaco sarò io.
Ha incontrato Casaleggio pochi giorni fa. È vero che l’ha esortata a mantenere il suo profilo moderato?
Mi ha consigliato di rimanere me stessa.
Chi sarà il vicesindaco? Di Battista aveva suggerito Marcello De Vito, secondo nelle Comunarie.
È prematuro parlarne.
E gli assessori come li sceglierà, con un bando?
Valuteremo, stiamo esaminando curricula di persone che conosciamo o con cui abbiamo lavorato. Vedremo se annunciare i nomi prima del voto.
Il M5s è democratico? A Roma sono fioccate espulsioni. E i cacciati vogliono invalidare le Comunarie.
Robetta. È gente che si era avvicinata ad altri partiti e poi ha provato a rientrare. Certe scalate degli ultimi giorni erano sospette.
I fotografi la pedinano ancora? Si era lamentata...
Se lo fanno ancora sono molto bravi a nascondersi.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 26 marzo 2016, pag. 9

venerdì 25 marzo 2016

#5giornia5stelle del 25 Marzo 2016 - #attaccoaBruxelles

Attacco a Bruxelles. Dalla voce di Fabio Massimo Castaldo, portavoce M5S all’Europarlamento, arriva il messaggio di cordoglio di tutta la delegazione italiana del MoVimento, direttamente dal palazzo parlamentare. Ma oltre al dolore, occorre immediatamente intervenire: e la prima cosa da fare è assumere un atteggiamento finalmente intransigente con quei Paesi, come Arabia Saudita e Turchia, che praticano traffico di petrolio, di armi e anche di combattenti jihadisti. Continuare a considerarli alleati rende i nostri governi indirettamente complici del terrorismo.
In Italia, intanto, il governo continua a pensare alle banche, con il DDL che rende le Banche Cooperative una grande SpA. Vi sembra giusto che i soldi dei soci di cooperativa finiscano per comprare, magari, gli F35? Dopo le banche popolari si massacrano le banche cooperative, c’è qualcuno che vuole ridurre gli italiani in povertà, denuncia Alessio Villarosa. Come ci spiegano poi Carlo Sibilia e Michele Dall’Orco, il M5S è l’unica forza politica che combatte contro tutto questo ed è sceso in piazza anche per chiedere le dimissioni della Boschi. Su questo decreto il governo ha posto inoltre la fiducia. Il M5S, con la voce di Daniele Pesco, ha detto no, e con lui tutti i portavoce hanno protestato in aula.
Al Senato è stata presentata, come ci raccontano Paola Taverna e Nunzia Catalfo, una proposta di legge del M5S sull’inserimento dei disabili nel mondo del lavoro. Un inserimento che però rispetti le possibilità, le qualità e la dignità delle persone disabili. Alla proposta di legge si è arrivati grazie al continuo confronto con cittadini e associazioni.
Importante denuncia arriva da Luigi Di Maio: il governo ha lasciato a secco il fondo per le vittime della mafia e del racket, che ora sono costrette persino a pagarsi di tasca propria gli avvocati. Ora Alfano deve il prima possibile sbloccare il fondo ed evadere le richieste di queste quasi 500 famiglie.
Marialucia Orefice, in aula alla Camera, dimostra che la Commissione di Inchiesta sui CIE-CARA si è rivelata proprio per quel che si sospettava: solo un modo per ripulire l’immagine dei partiti compromessa da Mafia Capitale. Per il resto, nulla si è fatto ancora contro chi specula sull’immigrazione: gli equilibri precari del governo contano più della soluzione dei problemi.
Infine Giampiero Trizzino del M5S in Regione Sicilia, ci ricorda che il 17 aprile è importantissimo andare a votare SI al referendum. Ed è importante anche informare e convincere parenti e amici!





Milano, i 5Stelle ripartono da Corrado - Voto blindato sul blog per l’avvocato

Dopo il ritiro della Bedori, un nome voluto dai vertici
E alla fine venne il terzo. Gianluca Corrado, 39 anni, avvocato, nato a Messina, è il nuovo candidato sindaco dei Cinque Stelle a Milano. Prende il posto di Patrizia Bedori, scelta dagli iscritti milanesi nel novembre scorso con una votazione nelle urne, ma mai accettata a pieno da vertici e base. Tanto da ritirarsi il 14 marzo scorso con un significativo sfogo su Facebook (“Mi avete chiamato casalinga, brutta, grassa e disoccupata”). Il secondo più votato, Livio Lo Verso, si era già fatto da parte da tempo. E allora Gianroberto Casaleggio e il Direttorio hanno puntato su Corrado, terzo a novembre, e ieri incoronato con una votazione web confermativa sul blog di Grillo. Di fatto, scelta per blindare una candidatura percepita come un po’debole dopo i recenti problemi. Gli attivisti milanesi dovevano solo dire sì o no. E il 72 per cento (634 voti) ha dato il via libera. Diversi tra eletti e iscritti avrebbero preferito una nuova votazione con doppio turno, con una rosa di candidati. Ma il tempo era ormai poco, e bisognava ripartire in fretta, superando anche le tensioni della scorsa votazione. Forti soprattutto tra Corrado e Lo Verso, sussurrano. Screzi che a novembre sarebbero costati l’investitura all’allora favoritissimo Corrado, noto per il suo sostegno legale agli attivisti milanesi, in ottimi rapporti anche con molti parlamentari. “Siamo pronti a lavorare per far diventare Milano una città a misura di famiglia, in cui le periferie tornino a vivere” le prime parole del neo candidato-sindaco. E dalla Bedori arriva appoggio: “Ognuno in una squadra ha un ruolo, Corrado è tagliato per fare l’attaccante, io no, preferisco la vita da mediano”. 
Il Fatto Quotidiano – 25 magio 2016 – pag. 10

Acea, Caltagirone spara sulla Raggi. Il Pd s’accoda

Il quotidiano del costruttore contro la candidata M5S. Pioggia di tweet dei dem
Il giornale del costruttore e finanziere romano Francesco Gaetano Caltagirone lancia il macigno, il Pd prova a tramutarlo in frana. Vogliono sommergere Virginia Raggi, la candidata al Campidoglio dei 5Stelle, che su Facebook risponde tacciando i dem “di patto con la finanza” e accusa i “poteri forti”. Benvenuti all’ex battaglia per Roma, da ieri guerra. Parte dalla carta, poi invade il web. Dopo Quarto, dopo l’hashtag #classedirigentemadeche contro i sindaci grillini, rieccoli i renziani che vanno di tweet seriali, questa volta contro la Raggi. La accusano di aver fatto perdere ai romani 71 milioni di euro, perché domenica scorsa a Sky Tg 24 ha annunciato un cambio di management per l’Acea: municipalizzata di acqua, luce e gas, controllata per il 51 per cento dal Comune, che ha come amministratore delegato il renziano Alberto Irace. Proprio lui che a Firenze aveva nel cda di Publiacqua, partecipata da Acea, Maria Elena Boschi. “Per le sue parole il titolo in Borsa dell’Acea ha perso il 4,73 in un solo giorno” strillano i dem. È la stessa tesi del Messaggero, quotidiano controllato da Caltagirone, azionista al 15,8 della municipalizzata. “Se avesse voluto volontariamente demolire in Borsa una società quotata forse la Raggi non avrebbe saputo da dove cominciare”, si leggeva ieri in un commento del quotidiano romano. Citando pure “report di alcune società di intermediazione mobiliare, che mercoledì hanno declassato il livello di affidabilità del titolo Acea per quella frase demagogica e irresponsabile della candidata sindaco del M5s”.
Il PD la pensa come il Messaggero. E allora twitta per tutta la giornata. Cinguetta perfino il candidato sindaco dem Roberto Giachetti, fino a ieri dal contegno british. “Si candidano a governare Roma ma pensano di giocare a Monopoli: 71 milioni persi per una frase di Raggi su Acea. Dilettanti allo sbaraglio”. In realtà per il Comune non c’è alcuna perdita, visto che non sta vendendo la sua quota. E comunque il titolo era reduce da forti rialzi, nei giorni scorsi, dopo la presentazione del bilancio. Ma è campagna seriale, con l’hashtag stile caserma #RaggiAmari. Colui che traccia il solco è il renzianissimo Francesco Nicodemo, il twittatore di palazzo Chigi. “L’incompetenza costa cara” avverte. E gli vanno dietro in massa. Dal commissario romano Matteo Orfini (“Raggi pericolo pubblico”) all’immancabile Stefano Esposito.
Un furore non casuale. Perché la 5Stelle è davanti in tutti i sondaggi. Ma soprattutto perché negli ultimi giorni ha ricevuto elogi della stampa estera. Mercoledì è stato il turno del britannico Guardian, con un articolo rilanciato pure dal blog di Beppe Grillo, in cui si celebra la 37enne, descritta come “raffinata figura politica”. Il combinato disposto con la vetrina internazionale per Luigi Di Maio, ricevuto mercoledì da 28 ambasciatori Ue a Roma e quindi accreditato come candidato premier, ha colpito al Nazareno. Così, primo vero fuoco di fila dem contro la candidata M5s. Ma lei replica presto: “Prendiamo atto che Giachetti abbia scelto di schierarsi al fianco di Caltagirone, primo socio privato di Acea (dove, guarda il caso, siede in cda il figlio Francesco) ed editore del Messaggero. Il M5S, invece, continua a stare dalla parte dei romani”. Ma il merito? “Ho annunciato di voler cambiare il management perché il cda della multi-servizi è composto da un’accozzaglia di nomi in gran parte scelti proprio da Caltagirone con il lasciapassare del suo amico Matteo Renzi”. E ancora: “Da diversi anni la mission del cda di Acea è solo una: avviare piani di speculazione finanziaria sulle spalle dei romani, peraltro in palese violazione del referendum sull’acqua pubblica votato nel 2011. Hanno usato i romani come un bancomat”. Fuori taccuino, dal M5s rilanciano: “Sanno che vogliamo aumentare la quota pubblica in Acea, e che vogliono liberarla dei raccomandati, così fanno asse con Caltagirone”.
In serata parla Giachetti: “Oggi ho letto accuse ridicole dopo le dichiarazioni improprie della Raggi su Acea. Apprendo da lei che sarei amico di Caltagirone, ma io non ho mai avuto piacere di conoscerlo, sono amico dei romani”. Ma dell’azienda, che pensa di fare? “Non dobbiamo fare nulla su Acea, va benissimo, fa utili”. La certezza è che la partita sulla municipalizzata non può essere solo un affare dem-5Stelle. Per esempio, ecco il candidato di Si Stefano Fassina: “Su Acea non è chiaro se è più grave l’improvvisazione del M5S o la dipendenza del Pd dai poteri forti”.
LUCA DE CAROLIS – Il Fatto Quotidiano – 25 magio 2016 – pag. 10

giovedì 24 marzo 2016

Di Maio, gli ambasciatori e il nuovo corso

I rappresentanti Ue cambiano interlocutore: basta guru, ora parlano al giovane leader
Niente più Grillo e Casaleggio. O almeno non più solo loro. In un mercoledì romano i 28 ambasciatori dei Paesi della Ue si riuniscono per incontrare Luigi Di Maio. E lo accreditano, come il candidato premier che verrà. Mentre la Russia “aspetta” per dopodomani Alessandro Di Battista: l’altro dioscuro del Movimento, ministro degli Esteri obbligato in un governo a 5Stelle, che un po’ completa un po’ rincorre Di Maio, tanto da annunciare la visita a Mosca un soffio dopo il vertice tra il vicepresidente della Camera e le feluche europee. È il M5s con i due volti di prima fila, che si pesano: ormai davanti al Grillo che ha fatto un passo di fianco e al Casaleggio che ancora decide, ma che se ne vuole stare più nelle retrovie. Un Movimento che incassa sempre più curiosità e attenzione a livello internazionale, perché i sondaggi raccontano che ad oggi è l’unico avversario per Matteo Renzi. E allora bisogna capirlo da vicino. Però si cambia interlocutore. Prima americani, inglesi e tutti gli altri incontravano Casaleggio, da solo o con Grillo. Successe anche nel settembre scorso, quando i fondatori scesero a Roma per vedere sette ambasciatori dei Paesi baltici. Stavolta tocca a Di Maio.
L’Ambasciatore Joep Wijnands, rappresentante dell’Olanda presidente di turno della Ue, chiama lui per far raccontare ai 28 ambasciatori dell’Unione idee e natura del M5s. “Sono incontri mensili, abbiamo visto anche il ministro degli Esteri Gentiloni” precisano dall’ambasciata. Ma l’incontro con i 5Stelle è chiaramente qualcosa di diverso. E Di Maio, in completo scuro e aria istituzionale, corre volentieri alla residenza dell’ambasciatore, nell’elegante via della Camilluccia. Arriva alle 8,30, per una colazione che dura un’ora e mezza. Le domande sono tante. Si parla, certo, di terrorismo. Ma gli ambasciatori chiedono soprattutto di un ipotetico governo a 5Stelle, delle sue politiche: e di Roma, dove Virginia Raggi corre quasi da favorita. Arrivano perfino quesiti sul reddito di cittadinanza. Di Maio spiega, e assicura: il M5s considera centrale il rapporto con l’Unione. Vuole mostrarsi come un leader moderato, di un Movimento che vuole governare. Una sorta di David Cameron. Dopo le 10, il deputato esce assieme al responsabile della Comunicazione Rocco Casalino. E si avvicina ai cronisti: “Sono contento di essere qui, il Movimento è onorato da un incontro come questo”. Ma perché hanno chiamato lei e non Grillo? Sorride, si schermisce: “Dovreste chiederlo a loro, nel Movimento siamo in tanti”. Però c’è lui, a rispondere. Avete parlato di terrorismo? “Non posso fornire dettagli, ma il terrorismo è sempre un tema. Per combatterlo bisogna tagliare i fondi ai paesi che finanziano l’Isis. E serve sicurezza: togliamo poliziotti alle scorte, riqualifichiamo le periferie. Ma no alla guerra in Libia, bombardare è follia”. Ma contro il terrore il M5s può aiutare Renzi? “Certo, ma se vogliamo unità iniziamo dalle sanzioni ai paesi pro Isis”. Poi va dritto, contro Erdogan: “Non mi fido della Turchia, perché dobbiamo darle tutti quei miliardi per l’immigrazione quando anche noi accogliamo migranti? E poi è ambigua sul terrorismo”. Poche ore dopo, Di Battista su Facebook annuncia una visita a Mosca con il capogruppo in commissione Esteri Manlio Di Stefano. I due saranno nella capitale russa venerdì e sabato, e incontreranno esponenti del partito di governo, Russia Unita (ma non Putin). Temi sul piatto, dice Di Battista, “i rapporti Russia-Ue, le assurde sanzioni economiche imposte a Mosca che stanno colpendo i nostri imprenditori, la collaborazione tra le forze di intelligence”.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 24 marzo 2016 – pag. 10

Con l’Italicum M5S fa paura Ora Renzi “spinge” per la Raggi

La carta della non-vittoria a Roma per logorare 5Stelle
Come la matematica insegna, cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: Matteo Renzi se ne sta drammaticamente rendendo conto, mentre guarda i sondaggi riservati sulle prossime elezioni politiche. Stampelle a sinistra, appoggi a destra, rinforzi al centro: comunque la giri, ad oggi, il ballottaggio dell'Italicum lo perde il Pd e lo vincono i Cinque Stelle. Le rilevazioni sono precedenti all'attentato di Bruxelles e non tengono conto, quindi, dell'allarme terrorismo che, potenzialmente, potrà ammorbidire le posizioni degli italiani nei confronti del governo in carica. Ma il trend negativo è ormai acquisito, tanto che già due settimane fa i dati di Ixè annunciavano il sorpasso dei grillini sui democratici, se la sfida dovesse diventare un faccia a faccia tra Matteo Renzi e (con ogni probabilità) Luigi Di Maio. Così a Palazzo Chigi si sono messi a ragionare sulla strategia per recuperare il terreno perso. E l'unico su cui il premier può sfidare i Cinque Stelle è la capacità di governare.
La campagna va avanti da tempo ormai, riassunta nell'hashtag #classedirigentemaddeche. Ma ora c'è bisogno di un salto da Twitter alla realtà: non bastano più i piccoli Comuni, i paesini, i passi falsi a Parma e Livorno. I Cinque Stelle vanno messi alla prova sul serio e in una città ingarbugliata come Roma: solo così, alle prossime elezioni, si potrà plasticamente dimostrare l'incapacità (questa è la tesi) degli eredi di Grillo e Casaleggio. Qualche settimana fa la senatrice M5S Paola Taverna aveva evocato nientemeno che il “complotto” per far vincere il Movimento. Ora è negli ambienti del Pd che si cominciano a collezionare gli indizi. Il primo, dicevamo, sono i sondaggi sull'Italicum, quelli che hanno fatto scattare l'allarme a palazzo Chigi. Poi c'è la campagna elettorale di Roberto Giachetti. Oggi pomeriggio all'ex Dogana, prossima sede del suo comitato elettorale, riunisce gli eletti democratici romani. Le aspettative sono alte perchè, lamentano, finora nessuno si è fatto sentire. Roberto Morassut due giorni fa ha detto al Corriere della Sera che Giachetti non si è più fatto sentire praticamente dalla fine delle primarie: “Ci ho parlato una sola volta”, ammette lo sconfitto. Non era proprio quello che immaginava quando, la sera dei gazebo, è corso ai festeggiamenti in onore del vincitore. Qui non è tanto questione di malumori interni al Pd: è che quel mondo legato a Morassut - l’antirenziano dei due - doveva servire, nelle intenzioni iniziali, a convogliare su Giachetti anche un pezzo di sinistra, quella meno convinta della candidatura alternativa di Stefano Fassina. Per giorni si è cercato di convincere Massimo Bray a farsi avanti, poi, dopo il suo no, ci si era buttati su una sorta di “lista arancione” che affiancasse Giachetti nella campagna elettorale.
Invece anche questa idea sembra tramontata e tutta la sinistra sembra pronta a sostenere Fassina: che senso avrebbe, per Sel e affini, dividersi e rischiare la faccia per un Pd che è “fermo sulle gambe” (copyright Morassut) e sembra avere come massima ambizione quella di arrivare al ballottaggio? Anche lì, infatti i sondaggi disegnano lo stesso quadro: vince Virginia Raggi, la Cinque Stelle. Ieri il quotidiano laburista britannico Guardian ha sostenuto che l'elezione della grillina “sarebbe una sconfitta umiliante per il partito democratico del premier Matteo Renzi”. Solo che non sanno che la partita per lui si gioca nel secondo tempo. Il primo, il premier, immagina di passarlo alla stessa maniera di Francesco Storace: “Un'aula Giulio Cesare con 29 consiglieri grillini - ha detto - sarebbe meglio che andare al cinema”.
Paola Zanca – Il Fatto Quotidiano – 24 marzo 2016 – pag. 10

martedì 22 marzo 2016

Mafia, il fondo per le vittime non basta (e non funziona)

COLPITI DUE VOLTE - Pagamenti bloccati dal novembre scorso
Non è uno stop voluto dal governo ma di stop, in effetti, si è trattato: i pagamenti alle vittime di mafia previsti dal fondo 512 sono stati bloccati nel novembre scorso per alcuni “dubbi interpretativi nell’applicazione della legge” sollevati dal commissario del fondo in una nota al Consiglio di Stato, come ha ammesso il sottosegretario Domenico Manzione, dopo che il numero delle associazioni antimafia che hanno beneficiato dei risarcimenti avrebbero superato quello delle stesse vittime della mafia.
Ma adesso che è arrivata la risposta le idee sono ancora più confuse nell’ufficio del ministero dove l’ultimo dei commissari, il successore di Giancarlo Trevisone, si è dimesso da poco lasciando l’incarico: i giudici, si legge nella risposta all’interpellanza presentata dal vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, “pur riconoscendo la sussistenza delle criticità segnalate dal commissario ha tuttavia rilevato come, a legislazione vigente, non sia possibile introdurre, per via regolamentare e tanto meno amministrativa, ovviamente, criteri selettivi o requisiti di legittimazione all’accesso al Fondo”. I problemi interpretativi restano intatti e per evitare paralisi e discriminazioni “dovranno essere risolti con un’assunzione di responsabilità dei politici”, come ha detto il presidente di Libera, don Luigi Ciotti: “Sulla lotta alla mafia registro qualche successo ma anche tanti ritardi e compromessi”.
Finora, però, non si è andati oltre gli scontri verbali tra Di Maio e il Pd, che ha chiesto le dimissioni del vicepresidente della Camera perché avrebbe “mentito”, strumentalizzando la vicenda. E Di Maio, a sua volta, ha chiesto sul tema un intervento risolutore del capo dello Stato, Sergio Mattarella. E mentre a Bruxelles il vicepresidente dell’Antimafia Claudio Fava, di ritorno dall’audizione al Parlamento europeo, sostiene che “sembra che le mafie siano un problema tutto italiano” dubbi sulle intenzioni del governo vengono sollevati anche da Giovanna Maggiani Chelli, presidente delle vittime di via dei Georgofili, dopo avere ascoltato le parole del ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, che ha sostenuto che “troppi avvocati accedono al fondo, forse più delle vittime stesse”: “Se gli avvocati chiamati in causa appartengono ad associazioni che nulla hanno a che fare con le vittime di mafia, ma sono solo in rappresentanza per scopi politici e di immagine, è un conto – spiega –, ma se si tratta di avvocati che difendono le vittime nei processi contro Cosa Nostra, la difesa della mafia avrebbe carta bianca nei processi, visto che mai le vittime sarebbero in grado di far fronte alle notule dei legali”.
Giuseppe Lo Bianco - Il Fatto Quotidiano – 22 marzo 2016 – pag. 9

M5S: “Un quadro inquietante”. Il sito della Cys4 svuotato

Il Copasir solleva dubbi sulla possibile nomina di Marco Carrai alla cyber security. “Un quadro inquietante rispetto alla struttura di intelligence che Renzi vorrebbe mettere in piedi affidandola all’amico Carrai: è quanto emerge dall’inchiesta del Fatto Quotidiano, e merita seri approfondimenti nelle sedi istituzionali”, hanno riferito i componenti 5stelle del Copasir Vito Crimi, Bruno Marton e Angelo Tofalo. “È vergognoso anche solo che se ne parli. Dall’inchiesta del Fa t to emerge un intreccio di nomi che raggiunge il mondo dell’intelligence israeliana, passando per le grandi aziende che si occupano di opere pubbliche. Il M5S si opporrà in tutte le sedi contro un poltronificio che mette a repentaglio la sicurezza di tutti gli italiani”. Ieri il sito della società Cys4 di Marco Carrai, vetrina delle sue competenze sulla cyber security, è stato spogliato da tutti i contenuti che fino a domenica notte campeggiavano nella home page. C’è rimasto solo il logo e la email a cui scrivere: un laconico “contact us”. Non è dato sapere il motivo. Ma non può certo sfuggire la coincidenza con la pubblicazione ieri dell’inchiesta del Fatto.
Il Fatto Quotidiano – 22 marzo 2016 – pag. 5

lunedì 21 marzo 2016

DiBa - Uno dei leader del M5S parla di elezioni politiche e amministrative. E del caso Capitale

“Renzi non regge: andremo a votare il prossimo anno”
Si voterà nel 2017, comunque vada il referendum sulla riforma costituzionale. Renzi non potrà reggere ancora a lungo. E noi saremo pronti”. Alessandro Di Battista, deputato e membro del Direttorio dei Cinque Stelle, vede già le Politiche da qui a un anno. Ma con il Fatto parla anche di molto altro: dalle Comunali, fino alla natura del M5s.
Come affronterete la campagna per le Comunali?
Abbiamo ottimi candidati, e a Roma e a Torino abbiamo concrete possibilità di fare un grande risultato. Sarebbe fondamentale, anche per scardinare certi sistemi. Penso a Torino, la città di Intesa San Paolo. Punteremo sui temi, mentre gli altri partiti pensano solo alle poltrone. Guardi il centrodestra, che ha trasformato Roma nel terreno dove contendersi la leadership.
Salvini giura che nei ballottaggi voterebbe per voi. E perfino la Meloni ha detto che sosterrebbe la vostra candidata Virginia Raggi. Perché?
Con ritardo preoccupante, il segretario della Lega si è reso conto che Berlusconi lavora per Renzi, anche con la candidatura di Bertolaso a Roma, debolissima. Gli stessi forzisti in Parlamento mi ripetono che nella Capitale l’obiettivo del loro capo è lasciare campo aperto al Pd.
Si vocifera da settimane di contatti tra Lega e M5s per un patto di desistenza in varie città.
Assolutamente falso, nessuno dei nostri è stato contattato. Noi non trattiamo.
Come fareste a mettere ordine nel caos del Campidoglio? Avete idea di cosa trovereste?
Noi chiediamo da tempo i dati sui debiti contratti dal Campidoglio con i derivati, ma il governo continua a negarceli. Abbiamo fatto interrogazioni parlamentari sul tema, ma anche il ministro Boschi alla Camera di fatto non ci ha risposto. Li nascondono.
Lei tempo fa ha detto: “Se dovessimo vincere a Roma, avremmo subito degli scioperi”.
Non ricordo se ho usato esattamente queste parole, ma di certo le forze della continuità reagirebbero. Diversi dirigenti proverebbero a metterci i bastoni tra le ruote.
Senza una squadra adeguata potreste essere travolti in pochi mesi.
La stiamo creando. Avremo persone con le competenze giuste, in giunta e fuori. I nomi di alcuni assessori li renderemo noti prima del voto. Quel che conta è che romperemo il meccanismo degli appalti, perché non dobbiamo favori a nessuno. Noi non riceviamo finanziamenti per campagne elettorali faraoniche. Mi hanno raccontato che Fassino a Torino spenderà un milione di euro. Vorrei sapere da chi ha preso questo denaro.
Quanto costerà la campagna del M5s a Roma?
Poche decine di migliaia di euro. A meno che non si faccia una grande manifestazione in qualche piazza.
Magari di chiusura della campagna nazionale.
È possibile.
Virginia Raggi è alta nei sondaggi. Ma è inesperta.
È stata due anni e mezzo in Comune, lo conosce. È un’ottima candidata, e ciò conferma la bontà delle regole del M5s. Tanti chiedevano che fossi io a candidarmi, e invece abbiamo presentato una persona competente, magari anche più brava di me.
Lo staff di Milano ha bocciato le liste del M5s in cinque città. Non vi presenterete in centri importanti come Salerno. Sui territori c’è caos.
Noi due anni fa non ci presentammo alle Regionali in Sardegna, anche se avevamo ottimi sondaggi. In queste cinque città il Movimento non era ancora maturo per correre. E allora niente liste, perché a noi non interessano le poltrone. È quello che ci distingue maggiormente dai partiti.
Temevate infiltrati?
In Italia lo sport principale è salire sul carro dei vincitori, o di chi partecipa con chances.
Avete grandi problemi nella selezione dei candidati.
I problemi nella selezione ce li hanno i partiti, a cui ne arrestano uno al giorno. Noi su 1700 eletti abbiamo avuto due o tre casi, e siamo intervenuti subito.
Torniamo alle Comunali. Grillo sarà in campo? Si parla della sua presenza in tre - quattro grandi città.
Secondo me sì, ci darà una mano. Anche se il M5S ormai può camminare sulle proprie gambe, e Beppe si sta dedicando ad altro.
Voi del Direttorio lo avete incontrato a Milano una decina di giorni fa, assieme a Casaleggio. Dicono che sia stata una riunione importante.
Non ci vedevamo tutti assieme da molti mesi. Ma è stata solo una chiacchierata informale sulle Comunali e sul lavoro del Movimento.
Nell’incontro avete deciso di creare una segreteria.
No, smentisco.
Settimane fa lei aveva parlato della necessità di allargare la squadra.
È vero, più si cresce più c’è bisogno di organizzazione. Ma non è di questo che abbiamo parlato.
Grillo cosa ha detto?
Si è mostrato molto contento per le tante candidature femminili. A ottobre sarà referendum sulla riforma costituzionale. Farà di tutto per spiegare quanto sia importante votare no. Questa riforma toglie sovranità ai territori e ai cittadini per accentrare tutto. E sarebbe un enorme danno anche per la nostra economia.
Volete solo mandare a casa il premier.
Penso che si andrà comunque a votare nel 2017, Renzi non può reggere più a lungo.
Perché?
Per varie ragioni. Ad esempio, è debolissimo in politica estera. In tanti, Francia in testa, gli chiedono di fare la guerra in Libia. Lui non vuole, ma resistere è difficile. Se tiene ancora è soprattutto per il lavoro di pressione del Movimento. Con la nostra opposizione stiamo ottenendo grandi risultati. Penso anche ai mutui, dove abbiamo costretto il governo a fare marcia indietro.
Rimane sempre quella tara, quell’accusa: il M5s non è democratico, comandano Grillo e Casaleggio.
Totalmente falso. I fondatori non hanno mai messo bocca su una votazione, su una candidatura e tanto meno sulla gestione dei soldi dei gruppi parlamentari. Mi dica un altro partito dove avviene questo.
Casaleggio non ha messo bocca sulle unioni civili?
In quel caso è stato soprattutto Beppe a chiedere una riflessione maggiore su un tema delicato come la stepchild adoption . Ma se l’atto calato dall’alto è lasciare la libertà di coscienza, beh...
Però la legge sui partiti che obbliga ad adottare meccanismi interni democratici non la volete.
È strumentale, vogliono solo renderci uguali a loro. Ma noi non accettiamo nulla da chi fa le primarie truffa, e che non ci dice dove sono finiti 2,3 miliardi di euro di finanziamento pubblico.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 21 marzo 2016 – pag. 9

LA CORSA AL CAMPIDOGLIO Meloni: “Mai stata fascista, Berlusconi abbandoni Bertolaso”

Spero che Berlusconi ci ripensi su Bertolaso. Sarebbe sbagliato il contrario. La posta in gioco è troppo alta”. Parole di Giorgia Meloni, candidata a sindaco di Roma di Fratelli d’Italia e della Lega di Matteo Salvini, a “In 1/2 ora”, la trasmissione di Rai 3 condotta da Lucia Annunziata. “Io spero di recuperare anche Forza Italia –ha detto l’ex ministra –poi io la invito a guardare i sondaggi che parlano di una partita a tre tra me, Giachetti e Raggi”. Sull’ex capo della Protezione civile, Meloni ha aggiunto: “Credo che in cuor suo Berlusconi si renda conto che io sono un candidato più forte di Bertolaso. Lui ha un curriculum straordinario ma che si può applicare solo se riuscisse ad arrivare a fare il sindaco. Invece Bertolaso con i romani ha un problema di empatia. E comunque non era un candidato unitario, la Lega su di lui non ci sarebbe stata”. La Meloni ha negato un eventuale appoggio al ballottaggio alla candidata dei 5 Stelle, Virginia Raggi. Infine ha parlato delle sue origini politiche: “Non ho bisogno di definirmi con qualcosa del secolo scorso, io sono italiana. Sono nata nel 1977, quindi non sono mai stata fascista. Quando guardo piazza Venezia non penso al duce ma agli automobilisti che inorridiscono per le buche”.
Il Fatto Quotidiano – 21 marzo 2016 – pag. 3

007, la rete occulta di Carrai: soldi all’estero e faccendieri

Renzi va al Colle per difendere l’incarico di “Marchino ”alla cyber security. Dietro di lui banchieri e costruttori. Denaro in Lussemburgo e da Israele
Il premier Matteo Renzi oggi salirà al Colle per confrontarsi con il Capo dello Stato sulle nomine dei vertici militari. La partita delle nomine è fondamentale, per sbloccare la casella a cui tiene di più, quella dell’intelligence informatica, destinata a Marco Carrai. L’incarico potrebbe essere ufficializzato già in giornata. Ma chi c’è dietro Carrai? Quali sono i suoi soci? E soprattutto: perché Renzi non può rinunciare alla sua nomina? La risposta è proprio nella rete di rapporti, soldi e uomini, legati a doppio filo con Carrai. Una rete che il Fatto Quotidiano è in grado di rivelare. Grandi imprenditori delle infrastrutture pubbliche, consiglieri di Finmeccanica, capi di importanti gruppi bancari, ex agenti dei servizi segreti israeliani, uomini legati ai colossi del tabacco. Oltre al solito fedelissimo renziano Davide Serra, finanziere trapiantato a Londra e creatore del fondo Algebris. Persino un commercialista accusato di riciclaggio. Una rete che si snoda intorno a Carrai proprio dal 2012: negli stessi giorni in cui Renzi avvia la scalata al Pd e poi al governo. Una rete che arriva sino a oggi, alla Cys4, la società di Carrai per la cybersicurezza. La stessa società a cui il governo si è aggrappato per giustificare le competenze di “Marchino”, come lo chiamano gli amici, per guidare il comparto dell'intelligence. Persino il ministro Maria Elena Boschi ne ha dovuto rispondere in aula. Eppure, è proprio la presenza sul mercato della Cys4 a rendere Carrai un uomo in pieno conflitto di interessi.
Torniamo quindi al giugno 2012. Renzi annuncia la sua candidatura alle primarie contro Pier Luigi Bersani. Due mesi dopo Carrai vola in Lussemburgo. È il primo agosto. Il Richelieu del premier crea una società, la Wadi Ventures management capital sarl, con poche migliaia di euro e un pugno di soci. C’è la Jonathan Pacifici & Partners Ltd, società israeliana del lobbista Jonathan Pacifici, magnate delle start up che dalla “silicon valley” di Tel Aviv stanno conquistando il mondo. A Carrai e Pacifici si uniscono la società Sdb Srl di Vittorio Giaroli e i manager Renato Attanasio Sica e Gianpaolo Moscati. I cinque della Wadi Sarl sono gli stessi che oggi controllano il 33 per cento della Cys4, la società di intelligence di Carrai. Un dato che in questa storia non bisogna mai dimenticare. Ma perché Carrai crea in Lussemburgo la Wadi sarl? La risposta arriva dalle visure camerali lussemburghesi. Fine principale: sottoscrivere e acquisire le partecipazioni di un’altra società, omonima e sempre lussemburghese, che in quel momento ancora non esiste: Wadi Ventures Sca. Nasce nel novembre 2012. Renzi è in piena campagna elettorale. Il 27 novembre l’amico Serra, già finanziatore della Fondazione Big Bang di Renzi, versa i primi 50 mila euro nella Wadi Sca. E nelle stesse settimane Carrai, in Italia, pone le basi della futura Cys4. Il 26 ottobre “Marchino” crea l’embrione della sua futura creatura, quella dedita alla cybersecurity, e che vede Renzi, proprio oggi, impegnato ad affidargli il settore informatico della nostra intelligence.
L’embrione della Cys4 si chiama Cambridge management consulting labs. È una società di consulenza aziendale, iscritta alla Camera di commercio il 6 novembre, un mese prima delle primarie. I soci della Cambridge? Gli stessi della Wadi Sarl lussemburghese. Che così controllano anche la cassaforte Wadi Sca. Nella quale, dopo Serra, entra la Fb group Srl, di Marco Bernabé, già socio della Cambridge. Stessi uomini, società diverse, che dal Lussemburgo portano anche in Israele. Bernabè è socio di un'altra Wadi Ventures, con sede a Tel Aviv, al 10 di Hanechoshet street. È la stessa sede israeliana dell’italianissima Cambridge. Il 2 dicembre Renzi perde le primarie. Le società lussemburghesi legate a Carrai conquistano invece nuovi soci. Non dimentichiamo la squadra: gli uomini della Cambridge, sono gli stessi della Wadi sarl, che controlla la Wadi Sca. E in pochi mesi arriva un altro milione. Con quali soci? A marzo 2013, nel capitale sociale, entra la Equity Liner con 100 mila euro, creata nel 2006 da tre società (Global Trust, Finstar Holding srl, Regent Sourcing Ltd) rappresentate da Annalisa Ciampoli. La Finstar Holding, è del commercialista e faccendiere romano Bruno Capone. La signora Ciampoli, pur non essendo indagata, è definita, in alcuni atti d’indagine – quelli su un'associazione per delinquere dedita al riciclaggio transnazionale – la collaboratrice di Capone. Capone, invece, è indagato dalla Procura di Roma per riciclaggio in relazione a ingenti trasferimenti di denaro in Lussemburgo che non riguardano la Wadi. Nel marzo 2012, dunque, il nuovo socio del gruppo di Carrai è un presunto riciclatore, tuttora indagato. Sei mesi dopo, la Equity Liner riconducibile a Capone, viene venduta a un’altra società, la Facility Partners Sa. E Renzi torna a candidarsi per le primarie.
In quei mesi, la lobby del tabacco è impegnata nella battaglia sulle accise. Il collegato alla legge di stabilità prevede un aumento di 40 centesimi sui pacchetti più economici. L’operazione però salta. Renzi in quel momento non è ancora al governo. Ma è in corsa per le primarie, stavolta può vincere. Il presidente della Manifattura italiana tabacco, in quel momento, si chiama Francesco Valli. È lo stesso Valli che, fino al 2012, è stato a capo della British American Tobacco Italy. Non è di certo un uomo legato al Pd. Anzi. Presiede per tre anni, dal 2009 al 2012, la Fondazione Magna Charta creata dal senatore allora Pdl Gaetano Quagliarello. È lui il prossimo uomo ad aprire il portafogli. È il nuovo socio della Wadi Sca e del gruppo Carrai. Che la lobby della nicotina avesse finanziato Renzi, attraverso la fondazione Open, diventa noto nel luglio 2014, quando la British American Tobacco versa 100mila euro. Il Fatto può rivelare che l’interesse della lobby risale a un anno prima: tra aprile e settembre, Valli versa 150 mila euro alla Wadi Sca, diventando anch’egli socio di Carrai e Serra. Valli, contattato dal Fatto, ha preferito non commentare. In pochi giorni si aggiunge anche Luigi Maranzana, che acquista azioni per 100 mila euro. È lo stesso Maranzana che oggi riveste la carica di presidente della Intesa San Paolo Vita, ramo assicurativo della gruppo bancario guidato da Giovanni Bazoli. Interpellato, non se n’è accorto: “Socio di Carrai e di Serra? Non ne so niente, Carrai non lo conosco, sono sempre stato lontano dalla politica –risponde al Fatto–. Ho solo fatto un investimento”. Chi gliel’ha suggerito? Clic.
Alla fine del 2013, quando Renzi diventa segretario del Pd e si avvicina a scalzare Enrico Letta, è il caso di fare qualche conto. Nella Wadi Sca, in un solo anno, sono entrati un milione e 50 mila euro e cinque nuovi soci. A controllare il tutto c’è Carrai. Non solo. Gli stessi soci di Carrai in Lussemburgo – Moscati, Bernabé, Pacifici, Sica e Giaroli –sono già attivi da un anno, in Italia, nella Cambridge, che a fine 2013 matura un utile di appena 46 mila euro. È destinato a salire vorticosamente nell’anno successivo. Quando Renzi diventa premier. Ed è proprio il 2014 a segnalare le novità più interessanti sul fronte lussemburghese. Nominato in Finmeccanica, arriva il nuovo socio Nella primavera del 2014, dopo aver conquistato la segreteria del Pd e varcato la soglia di Palazzo Chigi, Renzi è già impegnato nella sua prima tornata di nomine per le aziende di Stato. E nel cda di Finmeccanica entra un uomo che l’ha sostenuto sin dall'inizio: Fabrizio Landi, esperto del settore bio-medicale, tra i primi finanziatori della Leopolda con 10 mila euro. “Ma lei pensa che con 10 mila euro ci si compra un posto nella società più tecnologica del Paese?”, dice Landi all’Huffington Post. In effetti, tre mesi dopo la sua nomina in Finmeccanica, Landi versa altri 75 mila euro comprando altrettante azioni della Wadi Sca. Non è l’unico a incrementare il capitale della Wadi e, soprattutto, a diventare socio del gruppo legato a Carrai. C’è anche un importante imprenditore che, proprio in quelle settimane, fatica a farsi ascoltare dall’ex ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi, nonostante gestisca appalti pubblici per miliardi. Il suo nome è Michele Pizzarotti, costruttore.
Ad aprile Pizzarotti ha un problema: riuscire a parlare con l'ex ministro Maurizio Lupi. Per riuscirci, deve passare attraverso tale Franco Cavallo, detto “zio Frank”, amico di Lupi, che organizza tavoli con visione del ministro, annesso dialogo e strette di mano, in cene da 10mila euro: “Inizia alle 7? A che ora finirà? Si cena in piedi?”, chiede Pizzarotti a “ zio Frank, il 19 marzo 2014, annunciandogli la sua presenza. Dodici giorni dopo – il primo aprile 2014 – “zio Frank” gli fissa un appuntamento telefonico con Emanuele Forlani, della segreteria di Lupi, ma l’aggancio non funziona. “Mi ha detto 'devo vedere'...”, spiega Pizzarotti a zio Frank, “per l’amor di Dio sarà impegnatissimo, però, ragazzi, stiamo parlando di un’impresa che ha in ballo 4 miliardi di opere bloccate per motivi burocratici assurdi”. Ecco, nell’aprile 2014, Pizzarotti ha un problema: tenta di parlare con Lupi perché vede le sue “opere bloccate per assurdi motivi burocratici”. Cinque mesi dopo, versa 100 mila euro in Lussemburgo, alla Wadi Sca, diventando socio degli uomini più vicini a Renzi. Eppure il business delle start up non è mai stato il suo core business. Due mesi dopo questo versamento Renzi è a Parma, nell'azienda Pizzarotti, dove lo accolgono il patron Paolo con i figli Michele ed Enrica: “Occorre far ripartire l’edilizia”, dice davanti alle tv, “il governo vuol sostenere le imprese italiane all'estero”. Di certo, in quel momento, c’è che è proprio Pizzarotti a sostenere un'azienda all'estero, per la precisione la Wadi sca. Contattato dal Fatto, l'imprenditore spiega che i problemi sono rimasti anche con l’arrivo al posto di Lupi di Graziano Delrio che però, a differenza del predecessore, almeno l’ha ricevuto. “Ci ha accolto, sì, ma senza alcun vantaggio per i nostri lavori”. Chi l'ha invitata – chiediamo – a investire nella Wadi? “Pacifici. Non sapevo fosse controllata da Carrai”. E sono due. Poi aggiunge: “L’ho scelta perché investe in start up in Israele, Paese più innovativo assieme alla California, dove peraltro la mia impresa lavora, nella convinzione di fare un affare azzeccato. Pacifici mi invia periodicamente report sull'andamento dei nostri investimenti”. E Israele, in questa storia, è davvero centrale.
Alla Wadi Sarl, nell'estate del 2014, si aggiunge un'altra società, la Leading Edge, riconducibile a Reuven Ulmansky, veterano della unità 8200 dell'esercito israeliano, creata nel 1952, equivalente alla National security agency (Nsa) degli Usa, dedita da sempre alla guerra cibernetica e alla “raccolta dati” per l’intelligence israeliana. Ulmansky è socio di Carrai e degli stessi uomini che, pochi mesi dopo, nel dicembre 2014, partecipano con il 33 per cento alla neonata Cys4 che, guarda caso, vanta tre sedi in Italia e una a Tel Aviv. Chi sono i soci della Cys4? Per il 33 per cento, appunto, sono Sica, Moscati, la Fb di Bernabè, Pacifici e Carrai. Quali sono i soci della lussemburghese Wadi Sarl? Sica, Moscati, Bernabé, Pacifici, Carrai. E Sica, Moscati e Carrai, amministrano la cassaforte Wadi sca, dove hanno investito i loro soldi Serra, il futuro capo di San Paolo Vita, Maranzana, il futuro consigliere di Finmeccanica Landi, l’uomo della lobby del tabacco Valli, il grande imprenditore Pizzarotti. Con i nuovi soci si cresce. Il 30 novembre 2014 la società porta il capitale a 1,5 milioni e delibera aumenti fino a 3 milioni. Gestiti dagli stessi uomini che controllano, attraverso la Cambridge, il 33 per cento della Cys4. E sul fronte italiano? La Cambridge, amministrata dallo stesso gruppo, nel 2014 vede esplodere l’utile da 46 mila euro a 1,5 milioni. Ieri Il Fatto ha contattato Carrai, che ha preferito non rispondere alle nostre domande. È per lui che il premier Renzi sta ridisegnando l’intelligence del Paese, ridistribuendo poteri e rischiando disequilibri e frizioni con il Quirinale. Il tutto solo per creare un ruolo chiave da assegnare a Marco Carrai.
Antonio Massari e Davide Vecchi – Il Fatto Quotidiano – 21 marzo 2016 – pag. 2 e 3

venerdì 18 marzo 2016

#5giornia5stelle del 18 Marzo 2016 - #fiatosulcollo

Questo Paese ha toccato il fondo: non si ha più rispetto neppure per le vittime della mafia, di racket ed usura. Dallo scorso ottobre il governo, denuncia in aula Luigi Di Maio, ha stabilito che non vengano più pagate le spese legali agli avvocati che difendono gratuitamente questi cittadini. Chi oserà più denunciare racket ed estorsioni, ora che sa di dover pagare anche di tasca propria? Chissà, forse è proprio questo il risultato che si vuole ottenere.
Renzi questa settimana si è presentato al Parlamento per raccontare cosa fa in Europa. La versione edulcorata, ovviamente. Brescia, Catalfo e Lezzi gli ricordano che in realtà il governo è un fallimento e la stessa Unione Europea è un fallimento, di cui l’Italia è ridotta a fanalino di coda grazie alle politiche del premier. Si pensa solo a banche, finanza, austerity e intanto il Paese cola a picco.
I media, poi, reggono il gioco: la menzogna regna sovrana, come racconta Marco Affronte da Bruxelles. Il TG2 nel menzionare il referendum contro le trivelle sostiene che non ci sono stati mai incidenti. Tutt’altro! Gli incidenti, documenti alla mano, in 20 anni sono stati ben 9600, di cui 1300 nella sola Italia. Allora, andiamo tutti a votare SI il 17 aprile.
Ancora sulla mafia, nel dibattito al Senato. Si vara la Giornata Nazionale della Memoria per le vittime, e Vima Moronese avverte che la legalità va di pari passo con la crescita della conoscenza specialmente nei giovani. Occorrono iniziative concrete che promuovano sensibilizzazione.
E’ stata anche la settimana dell’acqua: il governo non nasconde il suo tentativo di cancellare la volontà che cittadini hanno espresso al referendum, ovvero che la gestione idrica resti pubblica. Ma i cittadini saranno custodi di questa volontà, dichiara Federica Daga, e il M5S non si arrenderà su una delle sue stelle.
Al Senato si vara un’altra “Giornata Nazionale”, stavolta per le vittime dell’immigrazione. Vito Crimi si indigna: l’Italia è travolta da crisi e illegalità, le persone si suicidano, e il Parlamento spreca tempo e soldi pubblici per una cosa inutile. Questa è solo propaganda.
Si susseguono, poi, gli scandali delle banche che massacrano i risparmiatori. Riccardo Fraccaro ci racconta il caso di Sparkasse, la Cassa di Risparmio di Bolzano, che nelle mani di PD, Lega e loro accoliti ha aperto una voragine di decine di milioni di euro.
Infine, da Bruxelles Ignazio Corrao illustra la proposta M5S per l’Africa Trust Fund, approvata in UE. Si sente spesso dire “aiutiamoli a casa loro”, e questo progetto serve proprio ad aiutare i cittadini dei Paesi africani maggiormente colpiti da difficoltà economiche e dal fenomeno dell’emigrazione.
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#AcquaNonSiVende - Leggi e nomine: ecco come si smonta un referendum

Norme che aggirano o contraddicono il voto, funzionari nei posti chiave che provengono dal settore privato: se lo fai notare, però, Renzi & C. s’arrabbiano
Ieri Matteo Renzi ha ritwittato un articolo per l’Unità di uno dei suoi consulenti economici, Luigi Marattin. Titolo: “La bufala del referendum tradito”. La cosa, al netto di certe spiacevoli semplificazioni delle posizioni che intende criticare, ha un suo elemento ironico: Marattin era contrario ai referendum nel 2011, quand’era assessore a Ferrara, e scriveva cose tipo “Il grande bluff dei referendum sull’acqua”, oggi ce ne spiega la corretta interpretazione cambiando un po’ le parole. Su Repubblica, invece, Stefano Rodotà - giurista che quei quesiti contribuì a scrivere - dedicava un pezzo proprio al “referendum tradito”, cioè alla bufala di Marattin e Renzi: oggi, scrive, “si cerca di cancellare quel risultato importantissimo, approvando norme che sostanzialmente consegnano ai privati la gestione dei servizi idrici”.
In realtà, l’opera di demolizione di quei referendum è iniziata un minuto dopo la scoperta che li avevano appoggiati 26 milioni di italiani. Breve riepilogo: con il sì a due quesiti furono abrogati 1) il decreto che imponeva la messa a gara dei servizi pubblici locali (acqua compresa) e metteva molti paletti alla gestione pubblica; 2) la voce della bolletta dell’acqua che prevedeva “adeguata remunerazione del capitale investito dai gestori”. Il combinato disposto di quei due “sì” e l’impostazione stessa dell’iniziativa referendaria erano chiare: il servizio idrico va sottratto al mercato. La politica doveva solo prendere atto, eppure quella volta come altre non lo ha fatto: al referendum contro il finanziamento pubblico dei partiti, ad esempio, si reagì inventando il rimborso pubblico ai partiti. Ecco, allora, come è stato smontato il referendum sull’acqua. Erano passati due mesi dal voto quando il governo Berlusconi approvò un decreto (agosto 2011) che riproponeva la stessa legge abrogata: la Corte costituzionale lo ha cancellato l’anno successivo. A dicembre il governo Monti, nel cosiddetto “Salva Italia”, fece una cosa meno rumorosa ma più efficace: sciolse la Commissione di vigilanza sui servizi idrici (Coviri) di Palazzo Chigi e passò le competenze all’Autorità per l’energia. Spiega Roberto Passino, ultimo presidente del Coviri: “Il passaggio fu rapidissimo e assecondò tutte le richieste dei gestori. L’Autorità non aveva le competenze e infatti pescò tra le risorse di Federutility (le imprese del settore, ndr). Una roba da Paese delle banane”. L’Authority ribatte che “le competenze vanno cercate dove si trovano”. È il caso di Lorenzo Bardelli, capo della Direzione servizi idrici: ci arriva nell’ottobre 2012, fino a un mese prima era capo dell’area giuridica e legislativa di Federutility. Questo andazzo, peraltro, è generale: la responsabile “acqua” del ministero dell’Ambiente, Gaia Checcucci, nominata a novembre, arriva direttamente dal privato e risulta ancora nel cda di Intesa Aretina Scarl, società di Suez e Acea (la nomina sembra proprio violare un dlgs del 2013). Cos’è successo dal 2011? Ce lo spiega ancora Passino, peraltro non un pasdaran della gestione pubblica dell’acqua: “Noi stavamo mettendo in piedi un database con cui fotografavamo i gestori, che erano ostili: l’Autorità non l’ha mai preso in considerazione. Eppure senza comparazione come si incentiva l’efficienza? I nuovi sistemi tariffari lo fanno molto poco e invece concedono norme finanziarie favorevoli ai gestori, come la remunerazione di tutti gli investimenti pubblici pregressi. Una cosa scandalosa. Così il pubblico paga due volte: con le tariffe e pagando investimenti fatti con fondi statali. È incomprensibile”. Risultato: si dice che abbiamo le tariffe idriche più basse d’Europa, ma in questi anni stiamo rapidamente colmando lo svantaggio per raggiungere quelle di gas ed energia, che sono le più alte.
Infine ci sono le scelte legislative che aggirano quanto deciso dai cittadini. Per restare a quelle del governo Renzi se ne contano almeno quattro. Lo “Sblocca Italia” del 2014, ad esempio, indica l’obiettivo dell’esecutivo nella concentrazione dei servizi pubblici locali nelle mani di poche grandi multi-utility e stimola le concentrazioni prevedendo che “gestore unico” (obbligatorio per ogni ambito territoriale) divenga chi ha già in mano il servizio “per almeno il 25% della popolazione” (ridono A2A, Iren, Hera, Acea, etc). La legge di Stabilità, poi, incentiva i Comuni a privatizzare i servizi pubblici a rete (acqua inclusa) attraverso sconti sul Patto di Stabilità interno. Un decreto attuativo della riforma Madia della P.A. prevede persino che le tariffe tengano conto della “adeguatezza della remunerazione del capitale investito, coerente con le prevalenti condizioni di mercato”. Proprio ciò che fu abrogato da 26 milioni di voti. Infine, c’è il voto della Camera che martedì - con parere favorevole del governo - ha svuotato la legge scritta dall’intergruppo parlamentare sull’acqua pubblica: ne facevano parte anche molti parlamentari Pd. Così si smonta un referendum: con pazienza, pelo sullo stomaco e Twitter.
Marco Palombi - Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2016 – pag. 7

Trivelle, il Pd si astiene. È contro le sue Regioni Serracchiani e Guerini: “È inutile”. Minoranza Dem e ambientalisti in rivolta

Perché un partito che porta nel proprio nome il richiamo alla sovranità popolare svilisce così gravemente un istituto fondamentale di democrazia diretta come il referendum? Per una forza nata in risposta al crollo della prima Repubblica, riecheggiare il Craxi che invitava gli italiani ad andare al mare invece di votare non mi pare un bel traguardo”. Domanda e osservazioni sono legittime, poste da Andrea Boraschi, responsabile della campagna clima ed energia di Greenpeace, il primo ad accorgersi della presenza del Partito democratico tra i soggetti politici favorevoli all’astensione per il referendum del 17 aprile. In effetti, nella giornata di ieri, dentro e fuori dal Pd di democratico c’è stato ben poco. Dentro, perché la decisione di schierarsi per l’astensione non è stata discussa in assemblea né tantomeno era prevista nell’ordine del giorno della direzione nazionale di lunedì prossimo (“analisi della situazione economica, ratifica commissariamento Pd provinciale di Caserta, varie ed eventuali” i punti all’ordine del giorno). Fuori, perché per molti parlamentari dem istigare ad astenersi dal confronto elettorale, nato poi dalla legittima richiesta di nove consigli regionali come previsto dalla Costituzione (ne basterebbero cinque) è un atto “fortemente antidemocratico”.
Una cosa è certa: il referendum sulle trivelle sta spaccando il Pd più di quanto non lo sia già. Fratture tra maggioranza e minoranza, tra Roma e Regioni, tra elettori e rappresentanti. Ieri, per tutta la giornata, nelle stanze di governo un po’ tutti chiedevano spiegazioni su quella parola, “astensione”, segnata nell’area Par Condicio dell’Agcom: dai civatiani a Sinistra Italiana, da Roberto Speranza ai parlamentari dem – passando per Stumpo, Cuperlo e Gotor – da Legambiente ai Verdi e fino ai Cinque Stelle (che hanno anche scritto al direttore editoriale Rai Verdelli per segnalare la criticità dell’informazione sul referendum). Finalmente, un segno di vita nel pomeriggio. A rispondere, i vicesegretari del partito Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini: quello sulle trivellazioni è un referendum “inutile”, la decisione l’hanno presa loro “come vicesegretari”, e lunedì “sarà ratificata durante la direzione”. Poi, il colpo basso della spesa, quei 300 milioni di euro che si spenderanno per la consultazione e che sarebbero potuti essere destinati ad “asili nido, a scuole, alla sicurezza, all’ambiente”. Ma che, è stata la pronta risposta trasversale, si sarebbe potuto evitare di spendere con un election day (ci vorrebbe un decreto legge ad hoc, aveva detto Alfano durante un question time in Parlamento a febbraio) e che in tanti hanno chiesto per settimane ricordando come, nel 2009, fossero state uniti i ballottaggi delle amministrative al referendum in materia elettorale. “Per evitare i costi del referendum, sarebbe bastato indirlo nella stessa data delle elezioni amministrative”, ha detto il governatore della Puglia Michele Emiliano (Pd), che nella sua replica ha sottolineato come le Regioni –sette su nove targate Pd – avessero in origine provato a mediare più volte con il governo sul tema trivellazioni, ricevendo come risposta una comunicazione del sottosegretario Vicari: il governo semplicemente non voleva incontrarle. “Se il governo avesse voluto discutere, avremmo potuto certamente evitare il referendum sin dall’inizio”. Conferma del fatto che l’obiettivo è, prima di tutto, togliere potere decisionale alle Regioni in tema ambientale. Come per gli inceneritori.
Tra le motivazioni di Guerini e Serracchiani, quella dei presunti posti di lavoro che si perderebbero se il referendum dovesse abrogare la legge dello Sblocca Italia, che estende le concessioni fino all’esaurimento del giacimento. Una prima risposta era già arrivata dai comitati No Triv: la prima concessione entro le 12 miglia scadrà tra almeno cinque anni e molte hanno ancora diverse proroghe di cui godere (il referendum chiede che non siano rinnovate alla loro scadenza). Emiliano è stato ancora più preciso. “Ho sentito questa affermazione erronea anche dal Segretario nazionale del partito durante una lezione alla scuola di formazione politica del Pd”, ha detto prima di spiegare che, in caso di abrogazione, tornerebbe in vigore la norma precedente (legge 9/91) che non ha mai determinato licenziamenti e che confermerebbe l’iter secondo cui il permesso di estrazione degli idrocarburi dura trent’anni, prorogabili per dieci anni e poi all'infinito di cinque anni in cinque anni senza alcuna interruzione della attività estrattiva. “Un sistema con processi di verifica e controllo migliori di quelli previsti nello Sblocca Italia. Stasera non sono contento del mio partito e del panico in cui cade troppo spesso nei casi in cui la coscienza si divide dalla verità”, spiega Emiliano. E sul fabbisogno? Secondo i comitati per il sì, le riserve di petrolio presenti nel mare italiano basterebbero a coprire solo 7 settimane di fabbisogno energetico e quelle di gas appena 6 mesi.
Virginia Della Sala – Il Fatto Quotidiano, 18 marzo 2016 – pag. 6