VIDEO 5 GIORNI A 5 STELLE

DI BATTISTA - 11.05.2016 OTTOEMEZZO

11.05.2016 - ALFONSO BONAFEDE (M5S) Unioni civili: tutta la verità in faccia al governo

lunedì 29 febbraio 2016

Livorno, il tribunale aveva deciso: 800mila euro per la morte del parà - Uranio, la beffa del risarcimento: "Lo Stato non paga i familiari"

Pasquale Cinelli del Reggimento Paracadutisti Tuscania
Quanto vale la vita di un servitore dello Stato che ha offerto la propria per costruire la pace nelle missioni internazionali? Ottocentomila euro, dopo quindici anni di battaglie dolorose, per la famiglia, nelle aule di tribunale. Ma potrebbe anche non avere alcun valore se l’Avvocatura dello Stato vincesse il ricorso, presentato poche settimane dopo la sentenza – la prima che riguarda militari del Tuscania – che ha dato ragione alla vedova di un soldato ucciso dall’uranio impoverito. Dura lex, sed lex.
Il servitore dello Stato si chiamava Pasquale Cinelli, militare del Reggimento Paracadutisti Tuscania, fiore all’occhiello dell’esercito italiano. A ucciderlo, quando aveva poco più di 40 anni, è stato un tumore, un terribile tumore al colon provocato dalla contaminazione con l’uranio impoverito durante le missioni all’estero. Somalia, Bosnia e altre ancora. Era il 19 novembre del 2000. La sentenza, che stabiliva un risarcimento per Giovanna Soria e la figlia Jessica, risale agli inizi di gennaio 2016, dopo 15 anni di lotte e di dolore. Sulla pelle di due donne coraggiose.
Poche settimane più tardi, qualche giorno fa, è arrivata la doccia fredda: la comunicazione dell’Avvocatura dello Stato che ha fatto ricorso in Appello contro la sentenza dei giudici fiorentini. Giovanna Soria è naturalmente amareggiata e ha sfogato la sua amarezza e la sua rabbia, come accade nell’epoca dei social, anche su Facebook. «Sono molto amareggiata – racconta dal suo salone di parrucchiera che gestisce da tanti anni a Rosignano, sull’Aurelia – quei soldi non rappresentano una vincita fortunata, ma sono un atto di giustizia nei confronti di mio marito, dell’uomo con il quale avevo scelto di invecchiare insieme, del padre di mia figlia, che quando è morto aveva 9 anni. È stato un pugno nello stomaco sapere che la sentenza è stata impugnata dall’Avvocatura dello Stato. Mio marito è stato un servitore dello Stato. Il giorno dell’addio il feretro era avvolto nel Tricolore. Non è il simbolo dello Stato? Eppure ora sono arrabbiata ed amareggiata. Quel denaro non ha per noi un valore economico, ma rappresenta un senso di giustizia, un atto dovuto per il significato della vita di un servitore dello Stato. Il mio avvocato, Angelo Fiore Tartaglia, mi ha spiegato che sarebbe potuto accadere. Io speravo che non succedesse». Giovanna Soria è una donna del Sud, una donna coraggiosa. A parlare è il suo cuore.
«Era appena rientrato dalla missione in Bosnia – ricorda – quando si è sentito male pensavamo a un mal di stomaco. Era un tumore. Il suo fisico si è arreso alla malattia. La nostra battaglia, affinché venisse riconosciuto che ad ucciderlo è stato l’uranio impoverito, è iniziata subito. Ed andata avanti per ben 15 anni. Poi è arrivata la sentenza che ritenevamo giusta. Ma esiste la giustizia se ora è stato presentato un ricorso e lo ha presentato lo Stato? Non trovo risposta». La risposta è però in quel tricolore che ha avvolto il feretro. Silenzio, è stato ucciso un eroe, un servitore dello Stato. Silenzio e rispetto.

domenica 28 febbraio 2016

ComunaliRoma: VirginiaRaggi e l’omissione sullo studio Previti

Virginia Raggi non ha le carte in regola per essere il candidato del @M5SRoma. Il suo video appello al voto inizia così: “La legalità e la trasparenza dovranno essere il nostro faro”. Lei ha nascosto però una circostanza importante per giudicare la sua storia professionale agli elettori. Come è noto solo da pochi giorni, Virginia Raggi ha svolto la pratica legale presso lo studio Previti dal 2003 alla fine del 2006. E’ una circostanza utile a comprendere la storia della candidata grillina? Secondo me sì. E’ una circostanza importante.
Nel 2003 alcuni giovani della sua età facevano i girotondi per difendere la Costituzione, la legalità, la libertà di satira e d’informazione contro l’attacco di Berlusconi e dei suoi scherani come Previti.  Per restituire il clima dell’epoca è utile un articolo di Repubblica del 12 dicembre del 2003. Sotto il titolo Si risvegliano i girotondi. In settemila al Palalido, Laura Asnaghi e Alessia Gallione scrivevano: “La festa di protesta contro la censura fa il tutto esaurito al Palalido. Dentro, al caldo, ci sono più di 5 mila persone. Fuori davanti al maxi-schermo, agitato dal vento, c’ è un accampamento con 1500 manifestanti, attrezzati con sciarponi, birre e panini. Ma per vedere dal vivo lo show di Sabina Guzzanti fanno ressa davanti ai cancelli altri 500. Premono e urlano: «Fateci entrare». Ma il Palalido non ce la fa a contenere tutti. E chi resta fuori esprime la sua rabbia: «La prossima volta, affittate San Siro». Alla fine, dopo le nove si sera, scatta il via libera, tutti dentro. Lo show decolla e il popolo dei girotondini è di nuovo sotto le luci dei riflettori. Sabina Guzzanti ha un indice di gradimento altissimo. E c’è chi, per accaparrarsi un buon posto sugli spalti del Palalido s’è messo in coda alle 4 del pomeriggio. «Era prevedibile che Sabina facesse il pieno. La gente è arrabbiata, non ne può più di censure – spiega Paola, 27 anni, di professione pierre – io mi sono organizzata con il mio fidanzato. Un buon libro, due chiacchiere, un po’ di sole».
Paola aveva 27 anni. Virginia Raggi ne aveva 25. Dove stava allora la giovanissima candidata grillina al Comune di Roma? Nello studio Previti. A fare la pratica legale fianco a fianco con Pieremilio Sammarco, tuttora titolare dello studio dove Virginia Raggi lavora da 8 anni. Proprio Pieremilio Sammarco in quei giorni chiedeva 20 milioni di euro di danni a Sabina Guzzanti e Marco Travaglio per la trasmissione Raiot, nell’interesse di Mediaset e firmando l’atto di citazione con il figlio di Cesare Previti, Stefano.
Così la spiega la candidata in conferenza stampa: “Io non ho mai lavorato presso lo studio Previti, ma ho svolto la pratica forense presso lo studio Previti e la cosa mi fa sorridere perché risale a 13 anni fa, quasi metà della mia vita. Come andò? In realtà io sono uscita dall’università a 24-25 anni e ho fatto il mio primo colloquio con uno dei miei professori, di diritto dell’informatica, e lui mi disse che sarebbe stato onorato di lavorare con me e io con lui. Però c’era un piccolo problema: in quel periodo lui incidentalmente lavorava per lo studio Previti. Mi ha rassicurato dicendomi che lui comunque avrebbe lavorato con me. Io sono andata a fare la pratica lì e ho fatto per lo studio Previti come tutti i praticanti i giri di cancelleria. Perché non l’ho inserito nel curriculum? Perché in linea di massima gli avvocati non inseriscono nel loro curriculum gli studi nei quali fanno pratica a meno che non siano gli studi nei quali continuano a prestare lavoro. Non ho inserito neanche le famiglie presso le quali ho fatto attività di baby-sitteraggio”.
Il professore del quale parla senza nominarlo è Pieremilio Sammarco, 47 anni, l’avvocato titolare dello studio, fondato nel 2006, dove tuttora la candidata grillina lavora. Nel suo curriculum per le elezioni ‘comunarie’ del 2016 Virginia Raggi non scrive nulla sullo studio Sammarco né tanto meno cita lo studio Previti. Nel curriculum del 2013 per le elezioni comunali cita lo studio Sammarco e alcune pubblicazioni a quattro mani con il titolare risalenti al 2005-2006 e scrive che nel 2003-2007 “svolge la pratica forense presso un noto studio legale specializzandosi in diritto civile”.
Virginia Raggi omette di dire che quello fondato da Previti era “un noto studio legale” già nel 2003perché il suo fondatore comprava i giudici.
Il 30 aprile del 2003Previti è stato condannato a 11 anni per la corruzione giudiziaria relativa al processo Imi-Sir. Quel giorno del 2003 l’Ansa titolava: “Otto ore di attesa nello studio”. E nel testo si leggeva: “Cesare Previti ha aspettato la sentenza nel suo studio in via Cicerone…”.
Il 21 novembre del 2003 Previti viene condannato ancora per la corruzione del giudice Renato Squillante, sempre in primo grado, a cinque anni. La condanna sul caso Sme sarà annullata per incompetenza territoriale e dichiarata prescritta a Perugia. La condanna per Imi-Sir sarà poi ridotta a soli sei anni nel 2006 dalla Cassazione, mentre poi arriverà una terza condanna a un anno e sei mesi per la corruzione di Squillante. Siamo precisi per evitare una nuova querela dello studio Previti che già ne ha fatte tante al Fatto Quotidiano, anche nell’interesse delle società di Berlusconi.
Il punto è che Virginia Raggi, una 25enne che doveva farsi strada nell’Italia del berlusconismo imperante, una donna giovane ma non incapace di capire dove vive e come vanno le cose del mondo, in quel momento storico sceglie di accettare la proposta di fare pratica allo studio Previti. Erano gli anni in cui Berlusconi e i suoi attaccavano i giudici, inventavano il lodo Schifani, la legge Cirielli e altre schifezze simili. I giovani della sua età il giorno della condanna del 2003 contro Previti, come racconta l’Ansa, erano lì a suonare il clacson sotto le finestre dello studio del simbolo vivente dell’ingiustizia e dell’arroganza del potere. Lei invece in quello stesso studio andava a prendere gli ordini per fare i giri di cancelleria.
Tutti abbiamo avuto 25 anni. Quella è l’età delle passioni e degli ideali allo stato puro. Sapere che a quell’età la giovane Virginia Raggi ha scelto di stare non dalla parte di Raiot, che è un gioco di parole per dire rivolta, ma nello studio di chi usava la legge per aiutare Berlusconi a sedare la giusta ‘rivolta’, a me non pare una circostanza indifferente nella biografia di un candidato. Né si può liquidare tutto con la frase: “Uno dei miei professori mi disse che c’era un piccolo problema: lavorava incidentalmente allo studio Previti e mi rassicurò… “.
Il professore in questione, il titolare dello studio presso il quale Virginia Raggi lavora ancora oggi, è Pieremilio Sammarco. E non penso che sottoscriverebbe la frase di Virginia Raggi. Siamo sicuri che per Sammarco fosse ‘un piccolo problema’ e che lavorasse lì ‘incidentalmente’?
Pieremilio Sammarco è una brava persona. Chi scrive lo conosce di vista dai tempi in cui entrambi andavamo al liceo a Roma. Però non è uno che si trova ‘incidentalmente’ a studio Previti. E’ il figlio dell’ex presidente della Corte di Appello di Roma negli anni ‘80, poi nominato alla Consob, quel Carlo Sammarco, citato nella sentenza di primo grado del processo a Cesare Previti per Imi-Sir come parte della “cerchia di amicizie” di Cesare Previti. Pieremilio è inoltre il fratello di Alessandro, avvocato di Cesare Previti oltre che di Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi. Alessandro Sammarco è stato difensore di Silvio Berlusconi nel caso Lavitola e per quella vicenda è stato indagato e prosciolto nel 2012 dalla Procura di Napoli. Tuttora è in rapporti professionali stretti con Pieremilio. In una sentenza del 2014 della Cassazione (su un ricorso presentato contro un’ordinanza del 2008) si legge che i due fratelli difendevano insieme il Mediocredito. Nel 2013 i fratelli hanno creato insieme Legalnet, un’associazione internazionale di studi professionali internazionali.
Nulla di male. I cittadini però avevano il diritto di conoscere bene la storia dei rapporti tra Virginia Raggi, lo studio Previti e Pieremilio Sammarco, la persona chiave nella vita professionale di Virginia Raggi. Incrociando il curriculum di Pieremilio e Virginia si scopre che il primo insegna nel 2003 all’Università Roma Tre quando Virginia Raggi si laurea e le propone di andare a lavorare con lui allo studio Previti per la pratica; è il professore di Roma Tre, laddove Virginia Raggi vince e svolge il dottorato di ricerca; è professore dell’Università “Foro Italico”, dove Virginia Raggi è diventata nel 2007 cultrice della materia. Tuttora l’avvocato Pieremilio Sammarco è il titolare dello studio dove Virginia Raggi lavora.
E’ importante sapere che la candidata M5S in questi anni ha potuto mantenere sé e la sua famiglia e lo potrà fare in futuro anche grazie a Pieremilio Sammarco, figlio di un amico di Cesare Previti, cresciuto professionalmente nello studio Previti, oggi retto dal figlio Stefano Previti, insieme al quale Sammarco Jr ha fatto causa nell’interesse di Mediaset a Sabina Guzzanti e Marco Travaglio? Secondo me è importante.
Nel curriculum pubblicato sul blog di Grillo nel 2016 per le comunarie Virginia Raggi scrive solo “Dopo la laurea ho iniziato la pratica forense specializzandomi nel diritto civile”. Nessun riferimento allo studio Previti né allo studio Sammarco.
Solo il 25 febbraio, incalzata dai giornalisti, Virginia Raggi ammette di avere svolto la pratica presso lo studio fondato e frequentato da Cesare Previti quando l’ex ministro era stato già condannato in primo grado per la corruzione Imi-Sir e Sme.
Virginia Raggi è venuta meno all’impegno di trasparenza con i suoi elettori non certo perché ha fatto pratica 13 anni fa allo studio Previti. Bensì perché non lo ha scritto nel suo curriculum né nel 2016 né nel 2013. Allora si è limitata a scrivere di avere svolto ‘la pratica in un noto studio’ senza dire che era noto anche perché il suo fondatore comprava i giudici.
Virginia Raggi si è presentata con un video nel quale dice: “Dobbiamo spezzare quei vincoli mortiferi che hanno legato i partiti alle principali forze economiche malate di questa città. Dovremmo sapere dire no ai privilegi, no ai favoritismi, no ai parenti e alle parentopoli e si alla legalità e all’onestà, dovremo combattere le mafie e la corruzione”.
Virginia Raggi resta il miglior candidato M5S per “spezzare i vincoli mortiferi”?  Certo, è stata scelta dal 45,5 per cento dei votanti delle comunarie online, pari a 1.764 voti mentre Marcello De Vito si è fermato al 35 per cento, con 1.347 voti.
Se i 1746 elettori M5s che l’hanno scelta avessero saputo i dettagli sulla storia della sua pratica nello studio Previti e dei rapporti storici tra il suo studio attuale e lo studio Previti, l’avrebbero votata? O forse qualcuno avrebbe scelto un altro candidato con un passato meno attaccabile e un profilo professionale più convincente?
I contratti possono essere annullati se il consenso è stato viziato da un errore. Se una parte ha detto sì non conoscendo una situazione determinante che lo avrebbe indotto a fare una scelta diversa, quel consenso non è valido. La mancata conoscenza del passato di Virginia Raggi nello studio Previti ha condizionato il giudizio dei M5s votanti alle comunarie? Secondo me sì.
Grillo ha fatto diventare il suo blog la vera piazza dove si compiono i dibattiti e le scelte del movimento. Per deliberare però bisogna conoscere, come diceva Luigi Einaudi. Ora conosciamo una circostanza importante in più che era stata nascosta dal candidato Virginia Raggi ai suoi elettori. La questione tocca anche i vertici del Movimento. Grillo e Casaleggio sono i garanti della correttezza del processo decisionale. Se Virginia Raggi non li ha informati sul suo passato professionale ha tradito la loro fiducia. Grillo e Casaleggio dovrebbero invalidare le comunarie e far subentrare il secondo eletto, cioè Marcello De Vito. Oppure rifare la votazione sulla base stavolta di una conoscenza piena del passato della candidata Virginia Raggi. Uno dei pochi vantaggi della democrazia elettronica è che bastano poche ore per rifare il voto. Basta volerlo.
In fondo il videomessaggio di Virginia Raggi per le comunarie si concludeva così: “Ci vuole molto coraggio. Noi siamo pronti a darti voce. Ma tu avrai coraggio?”. Dimostri lei per prima di avere il coraggio di ridare voce ai suoi 1746 votanti. In democrazia non bisogna mai avere paura di ridare la parola agli elettori.
Qui troverete il curriculum di Virginia Raggi

ESCLUSIVO In un dossier della Difesa il report sui volidiStato - Spending di più: l’ AirForceRenzi costa 15 milioni di euro all’anno

Il contratto faraonico di leasing con Etihad era stato segretato da Palazzo Chigi
Quindici milioni di euro. Tanto costerà nel solo 2016 il mega aereo di Stato Airbus 340-500 che Matteo Renzi ha ordinato di comperare e che sta parcheggiato a Fiumicino in attesa di poter un giorno volare. Un acquisto avvolto nel segreto più che nel mistero, nel senso che tutti sapevano del lussuoso capriccio del nostro premier, ma nessuno conosceva l'importo. Il contratto di acquisto, appunto, è stato secretato, come ha rivelato Il Fatto Quotidiano. Dunque, Palazzo Chigi non ha mai fornito elementi esatti per sviscerare la spesa né le modalità contrattuali. Ma se il diavolo sta nei dettagli, adesso probabilmente qualcuno alla Presidenza del Consiglio starà chiedendosi come un qualche oscuro ragioniere abbia potuto mettere nero su bianco, in un documento ufficiale, il vero e segretissimo prezzo del gigantesco Airbus chiamato già Air Force Renzi. A dircelo, con tutta la solennità di un atto ministeriale, è la “Nota aggiuntiva per la Difesa 2016” trasmessa qualche tempo fa ai presidenti delle Camere.
“Trasporto aereo”: +622% sul 2015
In una delle ultime pagine del fascicolo che illustra le spese del dicastero gestito da Roberta Pinotti, sepolto tra altre voci relative alle cosiddette “funzioni esterne”, dal rifornimento idrico alle isole ai contributi vari a enti e associazioni, dalle servitù all’assistenza al volo, c’è anche un “trasporto aereo di Stato”. Di solito sono 2,5-3 milioni di euro l’anno. Nel 2016 fa un balzo di 15 milioni, a 17,4 milioni, un aumento del 622% rispetto al 2015 mentre quasi tutte le altre poste hanno il segno negativo. Nessuna spiegazione viene data nel documento per questa inusuale moltiplicazione dei fondi. Ma nella serie storica c’è un solo precedente analogo, nel 2010 quando il trasporto di Stato passa, anche quella volta senza giustificazioni, dai 6 milioni del 2009 a 36,8. Sapremo più tardi, nel 2014, che quella trentina di milioni in più era attribuibile all’acquisto di due elicotteri per il 31° Stormo dell’Aeronautica, lo stesso che opererà il nuovo mega Airbus renziano.
Anche quel contratto venne allora segretato, e l’importo relativo al 2010 per l’acquisto fu di 31,3 milioni di euro su un totale di 37,8, come risulta dalla relazione 2012 sulla gestione dei contratti pubblici segretati della Corte dei conti. Non è stato difficile dedurre che anche i 15 milioni di quest’anno fossero destinati a una spesa straordinaria e segretata. Una rapida verifica con Palazzo Chigi ci ha confermato la nostra deduzione: “L ' aumento di questa voce di spesa è dovuto al costo del leasing dell'Airbus di Etihad e da una più ampia esigenza per la manutenzione straordinaria della flotta. Per episodi simili alla rottura del finestrino dell'aereo che ha trasportato la delegazione italiana in visita in Argentina”, così ci ha risposto una fonte ufficiale della Presidenza del Consiglio da noi interpellata. Quindici milioni sono un investimento spropositato tenendo conto che si tratta di una acquisizione in leasing. È vero che l’Airbus 340-500 viene quotato nel listino prezzi ufficiale 2011 (l’ultimo in cui appare, poi esce di produzione) del costruttore franco-tedesco a 261.8 milioni di dollari, ma è anche vero che il “nuovo” velivolo renziano ha volato per la prima volta il 31 marzo 2006, dieci anni fa. Per cui probabilmente nei quindici milioni c’è anche la riconversione del jet dalla versione per 380 passeggeri alla versione executive con camera da letto, salottino, sala conferenze oltre a apparati radio cifrati e predisposizioni di sicurezza varie.
Il bilancio e il vetro d’Argentina

I funzionari di governo spiegano un po’ maldestramente che nei 15 milioni ci sono anche i finestrini rotti. Naturalmente è una audacissima mossa per alleviare l'impatto mediatico (e chissà se politico) del denaro versato a Etihad. Il bilancio è stato scritto 8-10 mesi prima della rottura del finestrino in Argentina. E i finestrini rotti sono all’ordine del giorno su qualsiasi aereo: il loro costo è già considerato nei normali stanziamenti di esercizio. Se dai 15 milioni sottraiamo 5-6 milioni di lavori per gli allestimenti dell’aereo (cifra suggeritaci da un progettista di allestimenti interni per aerei), restano dai 9 ai 10 milioni che sono probabilmente il vero costo annuale del leasing. Molto, ma molto di più dei 2-4 milioni circolati come ipotesi nelle scorse settimane. Con questi numeri in ballo è chiaro che Renzi cerchi di evitare il più possibile che si sappia quanto costa veramente il suo inutile passatempo. Che, oltretutto, farà schizzare in alto i costi di funzionamento della flotta aerea che trasporta ministri e dignitari vari e che oggi può contare su tre Airbus 319CJ (uno è messo in naftalina dopo il tentativo andato a vuoto di venderlo), sette bimotori executive Falcon e i due elicotteri AgustaWestland VH-139A di cui abbiamo parlato prima. Una maxi spesa fuori dal mondo Nel 2015, per fare un esempio, il 31° Stormo che gestisce questi velivoli ha fatto un contratto di 6 milioni di euro per l’acquisto di carburante avio con la ditta Maxcom petroli. Un valore destinato a schizzare in alto con l’entrata in servizio del 340-500. Si tratta, infatti, di uno degli aerei con i più alti costi di funzionamento al mondo, tanto che tutte le compagnie lo stanno ritirando dal servizio, nonostante si tratti di una flotta relativamente giovane. Secondo la rivista specializzata Business Jet Traveller, più di 50 sarebbero stati definitivamente messi a terra sui 370 prodotti in totale. La stessa rivista calcola in 21 mila dollari il costo operativo orario del quadrimotore, circa quattro volte quello dei bimotori A319 che usa attualmente l’Aeronautica Militare per il trasporto Vip. Un vero affare.
Toni De Marchi e Carlo Tecce - Il Fatto Quotidiano – 28/2/2016 – pag. 5

QUANTO VALE: Come un terzo del Senato
Non sono pochi 15 milioni di euro all’anno. Basta fare qualche esempio per capire come potrebbe essere meglio spesa una somma che vanificherà ogni anno di un terzo i risparmi che Renzi si aspetta grazie alla riforma del Senato (49 milioni). Gli investimenti nella scuola, poi, offrono diversi spunti. Se destinati alle borse di studio, che hanno un importo medio di 3.400 euro, quei 15 milioni permetterebbero di premiare 4.400 studenti. Non male, considerando che, soprattutto nelle Università del Sud, migliaia di ragazzi, pur rientrando nei requisiti di merito e reddito, non ottengono gli aiuti per mancanza di fondi. Alla ricerca, sempre penalizzata nel nostro paese, quei 15 milioni farebbero comodo: ogni anno potrebbero infatti permettere l’assunzione di oltre 200 studiosi. Rinunciando per soli due anni al ricco contratto per l’aereo, si coprirebbe il buco di bilancio dell’Expo (32 milioni di euro).

Si fa presto a dire riforma - Il Senato è un rompicapo

L'Aula del Senato della Repubblica
I consigli regionali alle prese con il ddl, tra buchi e norme da interpretare
Facile parlare di nuovo Senato. Naturale pensare subito e solo a ottobre, quando sarà referendum sulla riforma, quello che Matteo Renzi ha già trasformato in un’ordalia, in un voto pro o contro il suo governo. Poi però quando le fanfare tacciono e le telecamere puntano altrove, emergono i problemi da risolvere, e anche in fretta. Spuntano le rogne, tutte per Regioni ed enti locali. Già, perché la riforma che prevede un Senato composto da 74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 personalità indicate dal presidente della Repubblica non è un pacchetto già pronto.
Va ancora definito un passaggio fondamentale: come verranno scelti i senatori prossimi venturi. Tradotto, le Regioni devono mettersi d’accordo su come interpretare l’articolo 39 del ddl, la norma transitoria, secondo cui i Consigli regionali scelgono i senatori votando liste apposite, in ordine di preferenze. Ma sarà solo una soluzione provvisoria. Entro sei mesi dall’approvazione della riforma, il Parlamento dovrà varare una legge che regolerà in via definitiva l’elezione degli inquilini di palazzo Madama, e che di fatto affiderà la scelta ai cittadini. Ma sulle modalità gli enti locali hanno molto da dire. E lavorano a una propria proposta, nella speranza che a Roma ne tengano conto. Suona complicato, e infatti lo è. “C’è tanto lavoro da fare” conferma Franco Iacop (Pd), presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, ma soprattutto coordinatore della Conferenza dei presidenti delle assemblee regionali e delle Province autonome. Un paio di settimane fa la Conferenza ha avviato a Roma un tavolo tecnico sulla riforma. “Per applicare la norma transitoria dovremo modificare con regole uguali i regolamenti dei venti Consigli regionali”. Lavoro delicatissimo, perché gran parte dei senatori in prima battuta verrà eletto proprio con le norme provvisorie. Lo raccontano le date: la riforma, se vinceranno i sì nel referendum, entrerà in vigore in autunno. Ma la legislatura, se Renzi regge (o non cede alla tentazione delle urne anticipate), finirà nella primavera 2018. E sarà allora che ogni Consiglio regionale indicherà i propri eletti nel nuovo Senato, scegliendoli al proprio interno, come prevede la transitoria. Perché invece si applichi la legge che delega la scelta ai cittadini, bisognerà attendere il rinnovo dei vari Consigli regionali. Nell’attesa, gli enti locali devono darsi dei paletti. Iacop spiega: “La norma transitoria prevede che ogni consigliere regionale voti una sola lista di candidati, formata da consiglieri e sindaci dei rispettivi territori. Ma ci sono tanti aspetti che l’articolo 39 non chiarisce. Innanzitutto, se ci debba essere un collegamento diretto tra le liste regionali e quelle per il Senato. Oppure le incompatibilità tra elezione in Senato e incarichi. E poi, come si concilia la scelta degli eletti a palazzo Madama con l’obbligo di parità di genere, previsto in tante leggi elettorali regionali?”. Sono solo alcuni dei nodi da sciogliere. E poi c’è la legge definitiva, quella che il Parlamento dovrà sfornare entro sei mesi dal varo della riforma (ossia entro aprile 2017, se Renzi vincerà il referendum).
La cornice c’è già, ed è prevista dall’articolo 2 della riforma, secondo cui i Consigli regionali eleggeranno i senatori “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”, con “metodo proporzionale”. Tradotto, con la legge definitiva gli enti locali dovranno solo ratificare le scelte dei cittadini. Ma anche in questo caso, va chiarito il come. Per esempio, se gli elettori dovranno votare i senatori su liste separate, oppure su una stessa lista per Regione e Senato. O se i partiti potranno formare coalizioni per far eleggere il proprio senatore. E poi c’è un ulteriore enigma, che vale sia per la norma transitoria che per quella definitiva: quali sindaci mandare a Palazzo Madama. “Ci serve un confronto con il Parlamento e con i ministeri competenti, da quello delle Riforme a quello per gli Affari regionali, dobbiamo lavorare assieme” precisa Iacop. O forse invoca.
Luca De Carolis - Il Fatto Quotidiano – 28/2/2016 – pag. 6

È inappropriato definire “pezzenti” i nostri politici?

Alessandro Di Battista
L’altro giorno il deputato Di Battista, al termine di una violenta invettiva contro i partiti di governo, ma non solo, scagliava la parola “pezzenti”. Nel linguaggio corrente questa parola è molto dispregiativa e mi sono chiesto se era il caso di usare un simile lessico in un contesto che dovrebbe essere la massima rappresentanza del popolo italiano. Per chiarirmi le idee sono andato a consultare il dizionario che tra altre definizioni scrive: “Di persona meschinamente attaccata al denaro”. Ecco allora prima di gridare allo scandalo ci sarebbe da vedere se nel Parlamento italiano ci sono queste persone meschinamente attaccate al denaro. Quando negli anni passati le camere hanno deliberato aumenti e benefit economici o quando più recentemente la legge del 2 per 1000 ha dribblato il famoso referendum che bocciava il finanziamento pubblico ai partiti, non mi risulta che ci sia stato un solo deputato del Pd o Forza Italia o Lega che abbia rifiutato i soldini. Il salto della quaglia continuo e crescente da uno scranno all’altro per formare un gruppo e quindi per accedere ad altri emolumenti che cos’è se non arraffare altri corposi finanziamenti? La scusa che ci sono delle persone oneste che non mirano al vil denaro è un paravento che non regge perché quando i partiti decidono emolumenti o benefit a proprio favore i deputati fanno finta di niente, fischiettano e mettono in tasca. Allora, la parola “pezze nti ” di Di Battista, poi, è così inappropriata?
Giovanni Scarabello - Il Fatto Quotidiano – 28/2/2016 – pag. 12

sabato 27 febbraio 2016

I MAGISTRATI CONTABILI “Gli sgravi non hanno creato occupazione ma un buco nei conti”

Allarme della Corte dei conti sui rischi che gli sgravi contributivi potrebbero avere sui conti dell’Inps e dello Stato, costretto a ripianare eventuali buchi: se con gli sgravi contributivi triennali previsti per le assunzioni a tempo indeterminato fatte l’anno scorso non ci saranno “incrementi occupazionali effettivi” ovvero prevarranno le trasformazioni di contratti esistenti in rapporti stabili - sottolinea la Corte - sarà necessario “un ulteriore incremento di trasferimenti dal settore pubblico la cui provvista ricadrebbe sulla fiscalità generale”. La Corte sottolinea l’esistenza di un doppio rischio: da una parte la possibilità che prevalgano le trasformazioni di contratto e che quindi sia limitato l’aumento effettivo dell’occupazione e dall’altra il rischio che la persona assunta con gli incentivi sia licenziata al termine del triennio e che pur in assenza di contributi effettivi pagati chieda l’indennità di disoccupazione. Nel 2015 sono stati instaurati con l’esonero contributivo 1,44 milioni di contratti a tempo indeterminato (a fronte di un milione previsti dal governo, poi rivisto a 1,2). I contratti (indeterminato e a termine) nell’anno sono stati 5,4 milioni a fronte di 4,8 milioni di cessazioni.
Il Fatto Quotidiano – 27/2/2016 – pag. 9

IL MINISTRO NEL MIRINO Il M5s annuncia la mozione di sfiducia: “Angelino si dimetta”

Il Ministro dell'Intero Angelino Alfano
Approda al Senato, con la richiesta di sfiducia presentata dal Movimento 5Stelle nei confronti del ministro Angelino Alfano, l’inchiesta relativa al trasferimento, deliberato il 23 dicembre dello scorso anno, del prefetto di Enna, Fernando Guida, a Isernia, su presunte pressioni fatte dall’ex senatore del Pd Mirello Crisafulli. Secondo il M5s, “le nostre forze dell’ordine non possono avere il loro massimo vertice istituzionale indagato”. Ncd invece difende il ministro: “Il giustizialismo del Movimento 5 Stelle si scatena sul nulla”, sostiene Fabrizio Cicchitto, mentre la sottosegretaria Simona Vicari parla di “idiozia M5s” e Dorina Bianchi di “iniziativa pretestuosa”. Ma i parlamentari pentastellati rilanciano l’iniziativa sul blog di Beppe Grillo: “Angelino Alfano (...) si è reso politicamente responsabile del sequestro e deportazione di una madre e di una figlia in fuga dalla dittatura del Kazakistan, nonostante le loro richieste di diritto d’asilo. L’Italia merita rispetto, non merita Alfano. È giunto il momento che l'indagato, considerato anche la propria incompetenza, incapacità, inadeguatezza e totale mancanza di credibilità si dimetta immediatamente”.

Il Fatto Quotidiano – 27/2/2016 – pag. 3

#5giornia5stelle del 26 Febbraio 2016 - #unioniallaitaliana

Settimana decisiva per il M5S a Roma: finalmente abbiamo il nostro candidato sindaco scelto in Rete! Si chiama Virginia Raggi e ascoltate, alla conferenza stampa di presentazione, come spiega ai giornalisti i principi fondanti del MoVimento: noi non ci rivolgiamo agli "elettori" ma ai cittadini, perché i cittadini non esistono solo al momento del voto. Il governo M5S a Roma seguirà ogni giorno le esigenze e i bisogni di tutti i cittadini romani, insieme a loro.
Al Senato si è arrivati alla conclusione sulla legge per le unioni civili. Alberto Airola, in aula, denuncia come alla fine la maggioranza abbia ascoltato ingerenze vaticane, mentre Nunzia Catalfo senza mezzi termini dichiara che questa legge sancisce il matrimonio tra Renzi e Verdini, un matrimonio con obbligo di fedeltà e obbedienza come nella migliore tradizione massonica! E colmo della vergogna, hanno anche cercato di incolpare il M5S.
Alla Camera, Danilo Toninelli ci racconta come la "nuova" legge sul conflitto di interessi sia in realtà l'ennesima finta, una legge che riguarda appena quattro gatti che per giunta nomineranno da sé i propri controllori. Si sono ridotti a comprare gli arbitri! Noi combatteremo questa legge anche al Senato perché, come sostiene in aula Andrea Cecconi, siamo gli unici a preoccuparci dell'interesse pubblico.
Al Senato si è parlato anche di Milleproroghe, un decreto che, come spiega Vito Crimi, ha il suo fallimento già nel nome: è solo un inno a favori, scambi e marchette. Dentro c'è di tutto, e sancisce la proroga eterna per legge per amici e potenti.
Da Bruxelles, Marco Zullo ci mostra la birra tedesca: proprio quella in cui, nei giorni scorsi, si sono rinvenute pericolose quantità di glifosato. Il Glifosato è un erbicida cancerogeno, e pensate: la UE vuole rinnovarne l'autorizzazione. Ora in seguito a questo scandalo vedremo se hanno il coraggio di farlo, il M5S ha invece chiesto di vietarlo del tutto.
Francesco Cariello e Laura Castelli, dalla Camera, denunciano un nuovo strumento tecnocratico della UE: un comitato di 5 membri che controlleranno le finanze pubbliche degli Stati. Il Parlamento non è stato neppure interpellato, e noi ci opporremo a questa ennesima scelta antidemocratica che serve solo a togliere sovranità.
Video pirata da Bruxelles! Il nostro Ignazio Corrao presenta una lettera alla Mogherini per chiedere un incontro urgente sulla questione dell'olio tunisino, per trovare una soluzione alternativa all'importazione di migliaia di tonnellate di olio che distruggerebbero il settore in Italia. Sapete cosa risponde la Mogherini? "Sì, ma questo è quello che i tunisini vogliono"! E allora chi decide in Europa, i tunisini?
Per finire, importante appuntamento domenica 28 febbraio, alle 14,30, a Milano sotto il Pirellone. In seguito agli arresti e ai nuovi scandali che coinvolgono esponenti della Lega, tutti i parlamentari lombardi ci invitano ad essere presenti per dire basta con la Lega ladrona, #fuoridaiMaroni!



giovedì 25 febbraio 2016

Presentazione candidato sindaco M5S per Roma

Oggi alle ore 10.30 si è tenuta la presentazione del Candidata Sindaco del M5S alla città di Roma Virginia Raggi. Dopo la sua presentazione alla rappresentanza della stampa sia nazionale che estera, si è intrattenuta a rispondere alle domande da loro poste. Qui potete rivedere l'intera presentazione comprese le domande fatte dai giornalisti.




EMISSIONI: SVELATI AL PARLAMENTO EUROPEO ALTRI SEGRETI DELLA LOBBY DELL'AUTO


"Oltre alla Volkswagen anche altri produttori europei frodano e lo fanno consapevolmente". "Abbiamo visto negli Stati Uniti che su strada, con tutte le condizioni possibili, gli stessi produttori europei riescono a rispettare i limiti delle emissioni". "È sorprendente che gli stessi veicoli negli Stati Uniti costino di meno che in Europa". "Mi chiedo quando, in Europa, riusciremo a raggiungere il valore di conformità 1.0", ovvero quello reale. In USA il problema delle emissioni è stato affrontato seriamente, con ingenti investimenti da parte delle case automobilistiche. "In Europa è stata affrontata la situazione inserendo un pezzo di plastica che costa 2 Euro, prodotto dal 1995. Questa è la serietà delle case automobilistiche".
La denuncia di Jürgen Resch, Institute Manager di Deutsche Umwelthilfe, getta nuove ombre sulla vicenda delle emissioni inquinanti dei veicoli. L'incontro è avvenuto ieri nel corso degli hearing della Commissione Ambiente. L'appuntamento ha ulteriormente aggravato la posizione della commissione che, con la complicità del Parlamento Europeo, ha sostenuto il raddoppio dei limiti delle emissioni. Il problema, nel silenzio dei media, si sta espandendo a macchia d'olio: la denuncia di Resch palesa il mostruoso conflitto d'interessi e l'influenza che la lobby delle automobili esercita sulla volontà degli Stati membri e sugli eurodeputati dei raggruppamenti conservatori, anche italiani.
Oltreoceano le case costruttrici europee esportano gli stessi modelli di veicoli, con la sola differenza che in USA rispettano i limiti in modo scrupoloso. Inspiegabilmente i clienti vengono truffati due volte, perché in Europa il prezzo medio è superiore. Non parliamo poi degli aspetti legati alla salute e all'ambiente (che abbiamo già messo in evidenza qui).
L'ultima beffa è rappresentata dal pezzo di plastica (costo 2 Euro) con cui VW e compagnia bella stanno sistemando il problema delle auto richiamate in Europa. È tutta qua la strategia con cui questi giganti dell'innovazione stanno mettendo una pezza all'enorme truffa che hanno creato. La mancanza di controlli europei, aggravata dalla decisione della Commissione e della maggioranza del Parlamento di piegarsi agli interessi delle case automobilistiche, è a dir poco imbarazzante.
Il Movimento 5 Stelle Europa sta preparando una controffensiva affinché i responsabili di questa assurda situazione siano adeguatamente puniti. Ci appelleremo al diritto comunitario rivolgendoci alla Corte di Giustizia Europea e a tutta quella parte di Europa che ancora non si è fatta seppellire dagli interessi della grande industria e della finanza.

Il video dell'incredibile denuncia di Jürgen Resch in Commissione ENVI
che mostra il componente utilizzato dalle case automobilistiche per bypassare il problema emissioni:

mercoledì 24 febbraio 2016

#REFERENDUM CONTRO LE TRIVELLE, SI VOTA IL 17 APRILE: LE INDICAZIONI

Il quesito referendario chiede di abrogare la norma che prevede, per le autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate, una durata pari alla vita utile del giacimento
Nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana Serie Generale, n. 38 del 16 febbraio 2016 è stato pubblicato il decreto del Presidente della Repubblica del 15 febbraio 2016 con il quale è stato convocato, per domenica 17 aprile 2016, un referendum popolare, abrogativo previsto dall'articolo 75 della Costituzione che ha la seguente denominazione: "Divieto di attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi in zone di mare entro dodici miglia marine. Esenzione da tale divieto per titolo abilitativi già rilasciati. Abrogazione della previsione che tali titoli hanno la durata della vita utile del giacimento".
Il quesito è così formulato: "Volete voi che sia abrogato l'art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, "Norme in materia ambientale", come sostituito dal comma 239 dell'art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 "Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2016)", limitatamente alle seguenti parole: "per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale"?".

Queste le indicazioni
Per il suddetto referendum le operazioni di votazione si svolgeranno nella sola giornata di domenica, dalle ore 7 alle ore 23, ai sensi dell'art. 1, comma 399, primo periodo, della legge 27 dicembre 2013, n. 147 (legge di stabilità 2014). Le operazioni di scrutinio avranno inizio subito dopo la chiusura della votazione e l'accertamento del numero dei votanti. 
Per questo referendum trovano applicazione le modalità di voto per corrispondenza di cui alla Legge 27/12/2001 n. 459 e decreto di attuazione D.P.R. 02/04/2003 n. 104 e successive modifiche. 
Coloro che si trovano momentaneamente all'estero possono optare per l'esercizio di voto per corrispondenza tramite il modulo riportato sull'Home page del sito della Prefettura di Ravenna, entro il 26 febbraio 2016. L'opzione dovrà pervenire all'Ufficio consolare operante nella circoscrizione di residenza dell'elettore (mediante consegna a mano, o per invio postale o telematico, unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento d'identità del sottoscrittore) entro il termine suddetto. L'opzione può essere revocata con le medesime modalità ed entro gli stessi termini previsti per il suo esercizio. Qualora l'opzione venga inviata per posta, l'elettore ha l'onere di accertarne la ricezione, da parte dell'Ufficio consolare, entro il termine prescritto. 
Per quanto riguarda invece gli elettori residenti all'estero, gli stessi ai sensi dell'art. 1, comma 3, della legge n. 459 del 2001, devono esercitare l'opzione entro il decimo giorno successivo all'indizione del referendum - intendendo riferito tale termine alla data di pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale del decreto di indizione - e cioè entro il prossimo 26 febbraio 2016. L'opzione dovrà pervenire all'Ufficio consolare operante nella circoscrizione di residenza dell'elettore (mediante consegna a mano, o per invio postale o telematico, unitamente a copia fotostatica non autenticata di un documento d'identità del sottoscrittore) entro il termine suddetto. L'opzione può essere revocata con le medesime modalità ed entro gli stessi termini previsti per il suo esercizio. Qualora l'opzione venga inviata per posta, l'elettore ha l'onere di accertarne la ricezione, da parte dell'Ufficio consolare, entro il termine prescritto. Il modulo d'opzione potrà essere reperito dai nostri connazionali residenti all'estero anche presso i Consolati, i patronati, le associazioni, i "Comites" oppure in via informatica, sia sul sito di questa Prefettura, che sul sito del predetto Ministero o su quello del proprio Ufficio consolare.
Fabio Angeletti

SIGINT Signals Intelligence: intercettazione di comunicazioni o rilevazioni elettroniche?

Il recente scandalo sulle intercettazioni effettuate dall'Agenzia Nazionale per la Sicurezza americana nel 2011 a danno dei nostri politici e, in particolare, su Berlusconi, ci scombussola la mente non poco. Alcune domande ci sorgono spontanee. Ad esempio: da quanto tempo gli Stati Uniti ci stanno spiando? Da quanto tempo le nostre comunicazioni non sono più al sicuro? Ma se invece di usare il telefono uso un fax, posso essere ugualmente intercettato? Purtroppo solo ad alcune di queste domande sono riuscito da dare una risposta ed essa è racchiusa solo in una parola: SIGINT, ovvero Signals Intelligence. Ho raccolto per voi un documento messo a disposizione da Angelo Tofalo, componente della IV Commissione Difesa della Camera dei Deputati e membro del Comitato Parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.




Si tratta nello specifico della raccolta di informazioni mediante l’intercettazione e analisi di segnali, sia emessi tra persone (come segnali di comunicazione COMINT) sia tra macchine (come nel caso caso dell’ELINT, spionaggio elettronico) oppure una combinazione delle due.

COMINT Communication Intelligence
Si basa sull’opportunità di intercettare comunicazioni fra persone. Esistono diverse tipologie di informazione che solitamente vengono ricercate attraverso questa particolare azione di Intelligence.
Utile è sapere chi sta trasmettendo, dove si trova, che ruolo ha nell’organizzazione di riferimento, l’eventuale ricostruzione degli spostamenti, la durata della comunicazione o della serie di comunicazioni intercettate, la possibile cifratura dei messaggi trasmessi.
Ascoltare le conversazioni, via radio o attraverso un telefono sotto controllo, è un’azione tipo di questa particolare modalità di investigazione.
Spesso le comunicazioni non sono vocali ed avvengono attraverso segnali acustici convenzionali, come il codice Morse, o criptati con apparecchiature particolari.
Molto importanti sono anche i casi in cui vengono segnalate comunicazioni a rischio degli alleati attraverso le specifiche procedure del protocollo Beadwindow.

ELINT Electronics Intelligence
Si utilizzano in questo caso attrezzature elettroniche per la rivelazione anche satellitare di immagini, l’individuazione di alcune tipologie di segnali elettromagnetici e l’acquisizione di dati trasmessi in modalità di non-comunicazione. Parliamo di spionaggio dei segnali diversi da quelli utilizzati per le comunicazioni.
I segnali vengano identificati e catalogati per poi essere messi in relazione ai parametri raccolti precedentemente, le informazioni sono classificate solitamente ad alto livello di segretezza.
In campo militare individuare la posizione precisa di una batteria di missili può creare un vataggio informativo utile a tracciare le traiettorie di un volo aereo di ricognizione e le contromisure elettroniche più adatte.
Indagare sulla posizione di navi, strutture di comando e controllo, sistemi antiaerei e altri sistemi d’arma vuol dire non solo spiare il nemico ma affrontare la competizione internazionale della ricerca in campo di sviluppo delle tecnologie elettroniche.
Se volessimo semplificare al massimo la cosa potremmo dire che con un sensore ELINT si può trovare un radar e con un sensore COMINT è possibile invece ascoltare un colloquio tra utenti remoti che passa attraverso il radar.
Anche se ci troviamo di fronte ad un segnale di comunicazione umana (come una radio), gli operatori di raccolta di intelligence devono sapere che quella comunicazione esiste. Se si viene a sapere che un paese ha un radar che opera in un certo intervallo di frequenza, il primo passo è quello di utilizzare un ricevitore sensibile, con una o più antenne che ascoltano in ogni direzione, per trovare una zona dove tale radar è operativo. Una volta che il radar è noto per essere nella zona, il passo successivo è quello di trovare la sua posizione.
Un sensore SIGINT non specifico può essere combinato con un sensore MASINT per decifrare lo scopo del segnale. Se MASINT non è in grado di identificare il segnale l’organizzazione di intelligence può incaricare un aereo IMINT o satellitare per scattare una foto della sorgente… e così via.
Questo per dire che i confini delle diverse categorie sono indefiniti in determinati tipi di azioni operative.
Non dobbiamo dimenticare che, oltre alle applicazioni tipicamente militari, l’investigazione di segnali elettronici viene utilizzato in campo civile, ad esempio per monitorare grandi eventi dove esistono obiettivi sensibili da difendere o nei casi in cui si vuole impedire ogni comunicazione in luoghi ove si stanno svolgendo atti di criminali di grande rilevanza o azioni armate di terrorismo.
Possiamo in fine affermare che tra i vantaggi della Signals Intelligence ci sono: la capacità di rilevare informazioni del nemico anche in presenza di informazioni simultanee, il grande supporto che offre alla valutazione delle decisione da prendere con la possibilità di far confluire questi dati nei sistemi DSS (decision support system) e la possibilità di dislocazione degli strumenti tecnici approssimativi e puntuali e di determinare le funzioni di ogni sito rivelatore.
Esistono evidentemente dei punti di debolezza che impongono sempre una successiva analisi ed un riscontro con dati provenienti da altre forme di intelligence.
I sistemi di comunicazione avversari possono essere tanto sicuri da neutralizzare ogni forma di spionaggio, le informazioni possono essere volutamente mendaci per disturbare e deviare chi ascolta, la situazione atmosferica può condizionare l’acquisizione di alcuni dati fotografici, le piattaforme di acquisizione devono essere aggiornate ed in linea con le altre stazioni informative, ogni tecnica di investigazione ha le sue falle.
Angelo Tofalo – IV Commissione Difesa - COPASIR

Vince la favorita, l’ex consigliera supera De Vito per 400 clic Roma, i Cinque Stelle scelgono la Raggi

Ha vinto la favorita, la candidata di Alessandro Di Battista (e di Paola Taverna). Più “mediatica” rispetto a Marcello De Vito, il nome su cui puntava Roberta Lombardi. Più forte anche di un (falso) dossier dell’ultimo minuto. Il candidato sindaco dei Cinque Stelle a Roma sarà l’ex consigliera comunale Virgina Raggi, 37 anni, avvocato civilista, sposata, mamma di un bimbo di tre anni e mezzo. Ieri ha ricevuto l’investitura sul blog di Beppe Grillo dagli iscritti romani, che l’hanno scelta con 1764 voti, il 45,5 per cento. Dietro, con 1347 clic (il 35 per cento) De Vito, anche lui ex consigliere in Campidoglio, l’unico vero avversario. Distantissimi gli altri tre, a cominciare dall’ex consigliere Enrico Stefàno, con 369 voti, poi l’ex capogruppo in X Municipio (Ostia) Paolo Ferrara e la consigliera municipale Teresa Zotta. Nel complesso hanno votato in 3862 su 9500 iscritti. Affluenza bassa, ma non può essere un problema per la Raggi che in giornata, a votazione in corso, aveva letto sul sito affaritaliani.it di una (presunta) notizia di disturbo.
O MEGLIO “DI CARTE”, come le definiva il sito, secondo cui Raggi lavora per lo studio legale romano Sammarco e Associati, che ha avuto tra i suoi clienti Cesare Previti e Mediaset. Lo stesso studio, rimarcava il pezzo, che ha assistito l’azienda di Berlusconi nella querela contro Sabina Guzzanti per il programma Raiot, sulla Rai nel 2003. Dal M5s hanno replicato in fretta, spiegando che la candidata non ha mai nascosto di aver lavorato per lo studio, tanto da averlo precisato sul proprio curriculum da consigliere. Ma che nella Sammarco associati è entrata nel 2007, molto dopo le denuncia nei confronti della Guzzanti, “vicina” al M5s. Lei invece si è sfogata su Facebook: “E anche oggi la nostra razione di fango quotidiano. Alessandro Di Battista proprio ieri l’aveva detto: ne arriverà tanto”. Settimane fa l’avevano tirata in ballo perché citata nella relazione su Mafia Capitale: ma era un grossolano errore materiale, per cui si è scusato il prefetto. Il dossier finto di ieri invece suona come un’operazione dall’interno. La conferma del clima di tensione nei 5Stelle romani negli ultimi mesi, con l’apparire di mini-cordate e gruppuscoli. Diverse le frizioni anche tra i quattro ex consiglieri comunali. Alla fine ce l’ha fatta lei, che Casaleggio aveva apprezzato per la buona resa in tv. Cresciuta nel quartiere di San Giovanni (Roma Sud), poi trasferitasi nella zona periferica di Ottavia, dal 2008 assieme al marito aderisce ai Gas, (gruppi di acquisto solidale), dove il M5s raccoglie molti consensi. La descrivono come una “secchiona”, precisa nello studio dei dossier. Un po’ “permalosa” a sentire iscritti e qualche cronista. Di Battista, il suo principale sponsor, ha twittato: “Ora è tempo di una donna in Campidoglio”. Proprio il deputato lunedì aveva auspicato che il vincitore nominasse come vicesindaco il secondo in classifica. Ergo, Raggi dovrà decidere sul ticket con De Vito. Ieri ha celebrato la vittoria con un video sul blog di Grillo, girato ieri pomeriggio alla Camera. Giacca azzurra, spigliata (fa un apposito training da mesi), scandisce: “Ora è il momento di prenderci la nostra rivincita, Mafia Capitale ci ha dimostrato che a Roma la vera politica non la fanno i partiti, ma i cittadini”. Assicura: “Sarà un compito difficile, ma non mi spaventa”. Farà campagna elettorale con la “scorta” dei big romani. Perché Casaleggio vuole il Campidoglio.
Luca De Carolis – Il Fatto Quotidiano – 24/02/2016 – pag. 11
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“Grasso ci ha dato ragione, il premier ha paura dei suoi”

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio Il deputato 5Stelle: “Le tagliole sono anti-democratiche, altro che dietro front del M5s”  - Avevamo ragione noi, il no di Pietro Grasso ai canguri lo dimostra. Tanti dovrebbero chiederci scusa, e invece nascondono l’ipocrisia del Pd e di Matteo Renzi, che metterà la fiducia sul ddl Cirinnà per paura: deve coprire un Pd spaccato”. Luigi Di Maio, membro del Direttorio del M5s, celebra il no dei Cinque Stelle al supercanguro sulla legge per le unioni civili: “È uno strumento che porta alla dittatura”. E rilancia: “Noi vogliamo la legge sulle unioni civili. Siamo ancora pronti a votarla in aula, con meno di 500 emendamenti basterebbero due o tre giorni di lavoro”.
Renzi pare deciso al voto di fiducia.
Quando ha paura fa sempre così. Il rischio ora è quello di una legge al massimo ribasso, priva di tante parti importanti. Rischiamo che ne rimanga solo il titolo.
Il presidente del Senato Grasso ha dichiarato inammissibili i supercanguri. Vi sentite sollevati?
Diciamo che Grasso è venuto sulle nostre posizioni, confermando quello che dicevamo da settimane. Ma quando abbiamo detto no al canguro la macchina dell’informazione, alimentata da Renzi e Luca Lotti con il finanziamento pubblico, ha parlato indegnamente di dietro front del M5s.
La settimana scorsa i vostri senatori erano pronti a votare la tagliola. In assemblea avevano deciso il sì al supercanguro, purché spacchettato. Poi in aula hanno virato all’ultimo minuto perché la Lega aveva ritirato 4500 emendamenti.
Non è così. Quella sera ho telefonato alla capogruppo Nunzia Catalfo, per chiederle notizie, e mi ha confermato che il gruppo è sempre stato per il no all’emendamento Marcucci.
Sui banchi si è vista grande discussione nel gruppo. Avete cambiato in corsa.
No, la linea è sempre stata quella. E dal microfono Alberto Airola l’ha spiegata, precisando che il ritiro di tutti quegli emendamenti da parte della Lega avvalorava ulteriormente la scelta. Poi, se qualcuno avesse voluto votare comunque il canguro, si sarebbe assunto la responsabilità di una scelta contraria allo spirito del M5s.
L’Unità ha pubblicato l’sms mandato dai vostri senatori a Monica Cirinnà con il sì al canguro, “sia integro che spacchettato”.
Cirinnà ha scelto di non parlare con il nostro capogruppo. Ha scelto di credere che una valutazione a titolo personale fosse un accordo ufficiale. E dice a noi che siamo scorretti e inaffidabili? Spiace che una legge così importante venga affidata a una persona che non rispetta le regole e il buon senso.
Gli omosessuali contestano anche voi.
No, hanno capito la nostra posizione. In Senato ce l’hanno detto in tanti.
Ma i numeri per votare senza tagliola ci sarebbero? Lei insiste sui dem spaccati.
Secondo noi sì. E poi i voti segreti saranno pochi.
Dicono che Gianroberto Casaleggio sia contrario alla stepchild adoption. E che il post sulla libertà di coscienza sulle adozioni nasca da quello.
Non è affatto vero. Il post è stato fatto solo perché alcuni senatori e deputati erano contrari alla stepchild. Se avessero votato noi avremmo dovuto espellerli, perché non in linea con la maggioranza. E allora abbiamo lasciato libertà di voto su temi etici.
Temevate anche di perdere consensi tra i moderati.
(Ride, ndr) A guardare gli ultimi sondaggi, di cui non mi fido, ci avremmo rimesso. La verità è sempre quella, il canguro è antidemocratico.
Come la fiducia? Alessandro Di Battista aveva esortato Renzi a usarla.
Era solo una provocazione.
Però l’hanno preso in parola. E voi non voterete la legge.
No, noi non voteremo la fiducia a un governo che sta aumentando a dismisura il debito pubblico e che usa questo provvedimento per coprire scandali come l’attacco alle pensioni di reversibilità.
Di Battista a "La Stampa" aveva parlato anche di legge “importante come altre venti”.
Per noi la legge sulle unioni civili è importantissima, e le parole di Alessandro sono state strumentalizzate. Lui poi ha smentito.
Luca De Carolis - Il Fatto Quotidiano del 24/02/2016 – Pag. 3

lunedì 22 febbraio 2016

ADDIO STEPCHILD Il premier vuol porre la fiducia con Alfano e Verdini su maxi-emendamento senza adozioni. M5S: “Votiamo tutta la legge” Renzi dimezza le unioni Di Maio: “Sì alla Cirinnà”

Ci sono due alternative secche. La prima è far finta di niente e sperare che il M5s non abbia la sindrome Lucy. La seconda è immaginare un accordo di governo, con un emendamento sul quale dobbiamo essere pronti a mettere la fiducia”. La “svolta” sulle unioni civili secondo Renzi arriva a metà dell’intervento all’assemblea del Pd. Debitamente preparata, seguendo la regola della suspence: una citazione-omaggio per Sel e Verdini “strani amori”; una slide che mostra il Pd nelle vesti di Charlie Brown che corteggia i 5Stelle, modello Lucy, che dicono sempre no; e soprattutto un’ammissione, che passa per un’altra slide, che mostra i numeri del Senato (Pd 112, altri gruppi 208): “Lì non abbiamo i numeri, senza un’alleanza non andiamo avanti”.
E dunque, fine della stepchild adoption, il governo si prepara a fare un maxi-emendamento, che riscrive la legge Cirinnà, senza le adozioni, e a farlo “ingoiare” con fiducia ai laici del Pd. Fiducia che in questo caso, dati i numeri, dovrebbe votare anche Denis Verdini, sancendo definitivamente il suo ingresso in maggioranza (e magari al governo?). Per la verità Luigi Di Maio ci prova a “smontare” la costruzione per cui sarebbe diventata una strada obbligata: “Lancio un appello: sulle unioni noi ci siamo al 100%, il Pd la vuole votare? Oppure vuole fare propaganda sulla pelle dei diritti dei cittadini?”. Basta vedere la reazione nel Pd per capire che il suo appello non è gradito. Ecco Andrea Marcucci, uno dei renziani che tengono il pallottoliere a Palazzo Madama: “Una legge importante come quella sulle unioni civili non può rimanere ostaggio degli opportunismi e delle confusioni del M5s”. Martedì scorso con la decisione dei Cinque stelle di non votare il super canguro il gruppo dem del Senato era andato nel pallone. Renzi la racconta così: “Fino a venti minuti prima del voto, eravamo certi dell’accordo. Poi Zanda ha ricevuto la telefonata sul dietrofront di Grillo...”. Adesso, è l’alibi per coprire le divisioni e i problemi del gruppo Pd. E le esitazioni dello stesso premier per rompere con i cattolici dem e con Ncd. Le spaccature peraltro sono ancora tutte lì. Gianni Cuperlo e Roberto Speranza, i leader della minoranza, sembrano dei pugili suonati. Quest’ultimo aveva chiesto a Renzi di mettere la faccia su questa legge e magari di ipotizzare la fiducia, come fatto con l’Italicum. Alla fine, lui la faccia ce l’ha messa: ma per eliminare le adozioni gay, non per salvarle. Ennesimo boccone amaro da far ingoiare a molta parte del Pd, dopo che i renziani cattolicissimi, sulla legge in generale e sulle adozioni in particolare si sono messi di traverso. Non è un caso che il più reticente di tutti ieri sia il Guardasigilli, Andrea Orlando. In teoria nel gruppo del Senato (che deve votare domani, ndr), i laici hanno la maggioranza. E i Giovani Turchi sono determinanti. “Chiediamo di blindare la legge, non stralciare la stepchild e votarla in Aula”, spiega Francesco Verducci. Ma il premier guarda dall’altra parte. Il ricatto è che salti tutta la legge. Alfano l’ha già sentito venerdì, ma potrebbe anche alzare la posta e chiedere di rivedere tutta la legge al ribasso. Poi ci sono da contare uno per uno i voti. Con quelli decisivi di Ala.

domenica 21 febbraio 2016

DOPO MAFIACAPITALE - Ostia, M5s e Orfini allo scontro su Ferrara “amico dei balneari”

Matteo Orfini
Presidente Orfini, hai dato copertura politica a Tassone, arrestato poi per Mafia Capitale”, scrive il deputato M5s Alessandro Di Battista. “Di Battista, Tassone l’ho dimesso che non era nemmeno indagato. Per coprire Ferrara e le vostre ambiguità a Ostia devi impegnarti di più”, replica il presidente Pd Matteo Orfini. Lo scambio di ieri mattina su Twitter prosegue lo scontro in atto tra Pd e M5S sulle candidature a Roma in vista delle amministrative. Di Battista pubblica un vecchio audio di un’intervista in cui Orfini difendeva Andrea Tassone, allora presidente del municipio di Ostia. E Orfini subito replica, invitando i 5 Stelle a chiarire la loro posizione su un altro esponente politico di Ostia, Paolo Ferrara, che è tra i candidati M5s per la corsa al Campidoglio: “Ma quindi –scrive –Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista difendono l’impresentabile Ferrara, nemico di chi combatte la mafia, amico dei balneari abusivi?”. “Vi ricordo – interviene la parlamentare M5s romana Roberta Lombardi – che per giudici accostare mafia e M5s è diffamazione. Vi quereliamo?”. “Non lo avevate già fatto?”, risponde Orfini.

VELENI - Le allusioni della Cirinnà sui renziani delusi, lo scontro tra il ministro e la senatrice Maria Elena, Rosa Maria e la guerra di poltrone

Maria Elena Boschi e Rosa Maria Di Giorgi
È una bella e austera signora, la senatrice Rosa Maria Di Giorgi. E coraggiosa, per il male che ha dovuto combattere nel suo corpo. Viene da Firenze ed è considerata una renziana, con un dettaglio non trascurabile. La sua fiorentinità, seppur consolidata da un passato da assessore in quella città, non le ha mai dato il pass per entrare nel giglio magico che adorante attornia il premier rottamatore. Ed è per questo che adesso, in vista del tornante cruciale per la legge Cirinnà, sono tanti i sospetti e i veleni che avvolgono, all’interno del Pd, il suo duello con la ministra Maria Elena Boschi, paladina dei diritti civili e di fatto numero due del governo di Matteo Renzi. Per chiarirci: la senatrice Di Giorgi è alla guida della nuova corrente dei cattodem al Senato e si batte strenuamente contro la stepchild adoption, l’adozione del figliastro da parte di uno dei conviventi omosessuali. Eppure, a differenza del torinese Stefano Lepri, altro volto noto di questa neominoranza dissidente, lei non ha una storia di integralismo cattolico. Tutt’altro. Partita dal Pci, è stata nel Pds e nei Ds e solo alla fine ha trovato la Margherita, prima del Pd. Insomma, una laica. Ed ecco, allora, che compaiono le nuvole nere del suo rapporto feroce con Boschi, a proposito delle unioni civili. Donne contro, stavolta nell’universo renziano dopo il surreale ventennio berlusconiano. Ha fatto scalpore, per esempio, il grido con cui “Rosa Maria”, che di “Maria Elena” potrebbe essere la mamma, ha accolto la ministra alla tormentata assemblea dei senatori del Pd: “Cosa ci fai qui? Tu che c’entri? Mica è un ddl del governo”.
Così subito dopo è stata proprio Di Giorgi il bersaglio di altri strali rosa, sempre nel Pd. Il più clamoroso, poi smentito, è stato quello della stessa Cirinnà, quando si è lasciata scappare lo sfogo sulle “porcate” di alcune renziani. Ossia le “porcate” di Di Giorgi. E ancora, una dichiarazione della deputata Elisa Simoni, che vanta una cuginanza alla lontana con il premier: “La senatrice Di Giorgi ha firmato nel 2013 una proposta di legge che, a differenza di questa, prevedeva una stepchild ad op ti on automatica, non, come adesso, mediata da un giudice. Anche nei casi di riproduzione medicalmente assistita. Cambiare idea è legittimo, ma anche sospettare un riposizionamento politico, più che di coscienza”. Ma qual è il motivo di questo astio contro Di Giorgi? Semplice. La versione dentro il Pd riconduce alle sue ambizioni di governo il “riposizionamento ” sulle unioni civili. E il duello con Boschi avrebbe radici antiche e profonde. Innanzitutto c’è chi racconta che Di Giorgi ci rimase malissimo già quando “Matteo” formò il suo esecutivo e lei non fu chiamata a ricoprire incarichi, a differenza della ministra “Maria Elena”. Il secondo round è più recente. La senatrice dei cattodem si aspettava un “recupero” nel rimpastino fatto da Renzi per tenere buoni i notabili alfaniani di Ncd, partito di poltrone ma non di voti. Anche stavolta, però, le speranze di Di Giorgi sono rimaste tali. Di qui, forse, l’aumentata irriducibilità sul ddl della Cirinnà. Il capitolo dei renziani contro, anzi delle renziane contro, s’ingrandisce ancora. In appena due anni sono varie le guerriere del premier sedotte e abbandonate. Nel frattempo, la battaglia al Senato non è ancora finita. Anzi.

I vitalizi ai condannati cancellati con il trucco La parola magica “riabilitazione ” consente agli ex parlamentari di riavere i soldi


La tana della casta
Sul taglio dei vitalizi agli ex parlamentari condannati, la casta ha confezionato un vero e proprio pacco, una cancellazione finta. Sono in tutto una ventina gli ex onorevoli che hanno subito il taglio, ma basta la riabilitazione per ottenere nuovamente la dorata pensioncina. Il primo caso è quello di Gianmario Pellizzari, ex democristiano, che negli anni Novanta ha rimediato una condanna per bancarotta fraudolenta e ora, dopo pochi mesi passati nell’inferno della cancellazione, torna nel paradiso dei privilegiati dopo aver ottenuto la riabilitazione. Non solo riprenderà i 5.400 euro mensili, ma l’ufficio di presidenza della Camera gli riconosce anche gli arretrati, pari a circa 30 mila euro.
Nel maggio scorso, un mese prima delle regionali, il Pd esultava (“abbiamo cancellato i vitalizi ai condannati”), la presidente della Camera Laura Boldrini parlava di “segnale di discontinuità”, anche il Presidente del Senato Pietro Grasso twittava entusiasta. Le delibere dell’ufficio di presidenza della Camera e del consiglio di presidenza del Senato avevano abolito i vitalizi agli ex parlamentari condannati. In realtà si trattava di una sospensione. Dopo le pressioni dell’opinione pubblica e della società civile era arrivato l’atteso stop alla dorata pensioncina che incassavano, da sempre, anche gli ex onorevoli che si erano macchiati di ogni tipo di reato. Come Il Fatto Quotidiano aveva denunciato allora, era un taglio con beffa, un vero pacco. La delibera, infatti, aveva escluso i condannati per finanziamento illecito e abuso d’ufficio, ma soprattutto aveva inserito la parolina magica “riabilitazione”, la via di fuga che rischia di salvarli tutti. Gli ex parlamentari condannati così passano, in poco tempo, dall'inferno della cancellazione al paradiso del ripristino del ricco dono mensile, nonostante i reati commessi.
L’escamotage per ottenere l’assegno
La riabilitazione è una misura del nostro ordinamento giudiziario che cancella gli effetti penali della condanna e le pene accessorie, ma non la condanna. Scontata la pena si può fare richiesta al Tribunale di sorveglianza e raramente viene negata. I giudici applicano solo la legge. Una misura che non ha niente a che fare con la decisione autonoma assunta da Camera e Senato.
Parere unanime: una norma da Gattopardo
Nell’euforia generale proprio Pietro Grasso aveva ammesso: “Anche la mia delibera iniziale era molto più rigorosa” e, invece, alla fine è stato approvato un provvedimento morbido e inefficace per volontà del Pd. Il costituzionalista Massimo Villone, professore all’Università Federico II di Napoli, già parlamentare di Pds e Ds, chiarisce: “È stata una decisione cerchiobottista. Non c’era nessuna esigenza di inserire la riabilitazione nelle delibere. La perdita del vitalizio è motivata, per il condannato, per il danno arrecato al prestigio delle istituzioni, un danno che la riabilitazione non cancella”. La Gabbia, su La7, è tornata a occuparsi del caso raccogliendo i silenzi di Luca Lotti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ma non solo. Stefano Esposito, senatore del Pd, ha ammesso che avrebbe auspicato una delibera più severa, ma che ogni decisione è sottoposta a giudizio di costituzionalità. Detto questo ammette: “Tendenzialmente lo abbiamo cancellato quasi a nessuno”. Luigi Di Maio, esponente del M5S e vicepresidente della Camera, spiega: “Noi siamo stati gli unici a votare contro. La follia di questa delibera è che visto che non si conosce l’esito della vicenda giudiziaria degli ex deputati condannati i soldi restano in pancia all'amministrazione della Camera. E cosa abbiamo risparmiato? Niente, un fallimento”.
Sette ex onorevoli presentano ricorso
Intanto contro la delibera, anche se morbida e inefficace, sette ex parlamentari condannati, tra questi l’ex socialista Giulio Di Donato condannato per corruzione e l’ex ministro Francesco De Lorenzo, condannato per associazione a delinquere, hanno presentato ricorso al consiglio di giurisdizione, organo interno della Camera dei Deputati. In attesa della riabilitazione, si portano avanti. Nei fatti l’unica cosa rottamata è la promessa di abolire i vitalizi agli ex onorevoli condannati.

sabato 20 febbraio 2016

Incontro #StopTTIP Italia – Boldrini: le richieste e gli impegni

Il 18 febbraio u.s. un’ampia delegazione della Campagna Stop TTIP Italia ha incontrato la presidente della Camera, Laura Boldrini, per comunicarle le preoccupazioni della società civile in merito al TTIP, il Partenariato transatlantico sul commercio e gli investimenti in via di negoziazione tra Stati Uniti e Unione europea.
L’incontro istituzionale ha rappresentato un importante occasione per segnalare le numerose problematiche che attorniano i negoziati. La delegazione ha consegnato alla presidente Boldrini un dossier che riassume i potenziali impatti dell’accordo USA-Ue: dal rischio di abbassamento degli standard di qualità del cibo, dell’ambiente e della capacità regolatoria degli Stati membri – fortemente intaccata dal sistema di risoluzione delle controversie ISDS/ICS – fino alle ricadute disastrose per le piccole e medie imprese, l’agricoltura di qualità e i servizi pubblici.
Sono state avanzate, infine, sei richieste formali:
  1. Che il Parlamento stimoli un dibattito parlamentare e pubblico all’altezza
  2. Che ospiti un dibattito tra parlamentari e società civile italiana
  3. Che reclami l’apertura della sala di lettura con un livello di trasparenza maggiore rispetto a quello stabilito in Germania
  4. Che chieda al governo la riattribuzione delle competenze in materia di TTIP, finora detenute dall’ex vice ministro allo Sviluppo Economico, Carlo Calenda, e che convochi subito presso il Ministero il tavolo formale di confronto con la società civile sui negoziati commerciali, mettendo il TTIP all’ordine del giorno
  5. A questo tavolo deve partecipare una delegazione parlamentare rappresentativa, e gli esiti della discussione dovranno essere comunicati e discussi in Parlamento
  6. Vista la minaccia di un pronunciamento della Corte Europea che potrebbe escludere i Parlamenti nazionali dalla ratifica del TTIP, il Parlamento dovrebbe pretendere di conservare l’esercizio delle sue prerogative per quanto concerne materie di tale portata
La presidente ha già richiesto con una lettera al Ministro Boschi l’apertura di una sala di lettura alla Farnesina e ha convenuto con la Campagna sull’importanza dell’attivazione di un dibattito parlamentare, che sta ai gruppi stimolare e richiedere. Inoltre, vi sono state aperture anche sul fronte di un incontro istituzionale con il governo.
Senza un impegno in queste direzioni da parte delle istituzioni del nostro Paese, l’Italia non potrà che giocare un ruolo di spettatore passivo nei confronti di uno dei processi più trasformativi e pericolosi che abbia mai subìto.
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